E' noto che il periodo storico attuale non e' certamente favorevole alla Grecia, ma e' bello vedere che l'aspirazione a qualcosa di piu' elevato, la ricerca della conoscenza, non e' ancora morta ed e' possibile parlare di qualcosa di diverso dalla finanza a proposito dei nostri vicini.
I Greci hanno costruito un nuovo telescopio e l'hanno intitolato a uno dei padri della scienza greca, Aristarco, il primo scienziato a ritenere che la Terra fosse in rotazione intorno al Sole. Il telescopio Aristarco, pur non essendo un gigante, e' il piu' grande dell'Europa sud-orientale, e anzi, forse ha riscosso successo proprio per i suoi "soli" 2,3 metri di diametro. Si trova in una zona molto buia della Grecia, nel nord del Peloponneso, a circa 2300 m di altitudine.
La prima pubblicazione scientifica derivata dall'attivita' di questo telescopio parla di alcune misure che hanno permesso di risolvere un rebus di tanti anni fa. Uno strano oggetto venne identificato nel cielo come una "nebulosa planetaria" e pubblicato in una Astronomicheskii Tsirkulyar (Circolare Astronomica) nel 1971 da Misha Kazarian e Elma Parsamyan, da cui lo strano nome KjPn8 (e' l'ottavo oggetto della lista). Il nome di "nebulosa planetaria" e' dovuto all'aspetto e al colore della debole macchia osservata nel cielo. In realta' le nebulose planetarie, come sappiamo oggi, non hanno nulla a che fare con i pianeti, ma rappresentano una fase particolare dalla vita delle stelle, quella finale, a cui, tra molto tempo, arrivera' anche il nostro Sole: al termine della sua vita, lancera' gli strati piu' esterni dell'involucro gassoso a formare strane composizioni dimateriale.
Negli anni '90, dalla Baja California, a San Pedro Martir (Messico), su una cima che sembra quasi alpina, un telescopio da 2,1 m osservo' in KjPn8 la presenza di lobi molto estesi, grandi quasi la meta' della Luna, probabimente alimentati da diversi getti simmetrici. Anche il Telescopio Spaziale Hubble, alla fine del millennio scorso, si punto' sulla zona centrale di questo strano oggetto e scopri' una piccola nebulosa planetaria, un po' deformata, all'interno della nebulosa piu' grande. Dalle osservazioni si deduceva che probabilmente il motore centrale poteva essere un oggetto binario, una coppia di stelle che e' vissuta e morta insieme. Ma le caratteristiche fondamentali dell'oggetto (distanza, dimensioni, eta') erano ancora poco conosciute, solo però fino a poco tempo fa. Proprio grazie ad Aristarco oggi ne sappiamo molto di piu'.
Le sue osservazioni hanno consentito, infatti, di scoprire che gli sbuffi di materia sono eventi ricorrenti, oltre che molto recenti, almeno in termini astronomici: il piu' recente e' di circa 3200 anni fa, preceduto da uno di circa 7200 fa. L'ultimo di cui si vedano ancora le tracce avvenne piu' di cinquantamila anni fa. Ma lo scopo primario dell'osservazione e' stato quello di stabilire l'ubicazione precisa di KjPn8: oggi sappiamo che si trova a 6000 anni luce dalla Terra.
E il successo di Aristarco, come si diceva, e' proprio dovuto al suo essere non troppo grande. E' buffo pensare che per osservare gli oggetti piu' grandi in cielo funzionino meglio i telescopi piu' piccoli. E' una questione di ottica: piu' grande e' il telescopio e piu' lunga, di norma, e' la focale. Questo fa si' che il campo di vista, cioe' il "pezzetto di cielo" visibile al telescopio, sia proporzionalmente sempre piu' piccolo. Per guardare la Luna e' piu' facile usare un binocolo; con un telescopio dei piu' grandi, da 8-10 m di diametro, si vedrebbe solo un cratere per volta. Questo e' il motivo per cui, per alcune indagini, sono importanti buoni telescopi di diametro non esagerato, come, appunto, Aristarco.
Rendiamo percio' onore a questi scienziati che vogliono continuare a perseguire mete piu' alte. Investire nella scienza e nella ricerca e' fondamentale per una crescita completa delle donne e gli uomini del nostro secolo. Ci auguriamo che questo sia l'inizio di una nuova era di scoperte scientifiche e di rinascita di un paese di millenaria tradizione.
Aristarco: un nuovo telescopio per un vecchio enigma
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Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.
Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.
Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.