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Fertilizzare l'oceano non conviene

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Spargere sali di ferro negli oceani per assorbire anidride carbonica è un procedimento troppo costoso per contrastare i cambiamenti climatici. Un ingegnere dell'Istituto di Scienze Marine di Sydney ha elaborato un nuovo metodo per calcolare i costi della tecnica, ancora in fase di sperimentazione. I risultati della ricerca di Daniel Harrison saranno pubblicati sul prossimo numero della rivista International Journal of Global Warming.

La fertilizzazione degli oceani è una tra le possibili tecniche ipotizzate per la cattura e lo stoccaggio del carbonio. Consiste nel disperdere grandi quantità di sali di ferro sulla superficie marina per stimolare la crescita di alghe e fitoplancton. Attraverso la fotosintesi, gli organismi marini assorbono anidride carbonica. Alla loro morte, precipitano sul fondale oceanico insieme al carbonio assimilato, riducendo così la quantità di gas serra nell'atmosfera. Ora l'efficacia di questo procedimento, già criticato per gli effetti collaterali imprevedibili che potrebbe causare, viene messa ulteriormente in dubbio anche dal punto di vista economico.

Secondo Harrison, con una singola operazione di fertilizzazione verrebbero stoccate (per un periodo di circa un secolo) solo 10 tonnellate di anidride carbonica per chilometro quadrato, al costo di 457 dollari per tonnellata. Le stime fatte finora avevano dato valori molto più alti, intorno al miliardo di tonnellate per chilometro quadrato. Ma i calcoli non avevano finora preso in considerazione le perdite analizzate da Harrison.

“Le stime precedenti non tengono conto delle difficoltà connesse alla distribuzione di basse concentrazioni di ferro su ampie aree di superficie marina e delle conseguenti dispersioni, che si ripercuotono sullo stoccaggio netto di carbonio per chilometro quadrato sottoposto a fertilizzazione” spiega Harrison. Le sue valutazioni includono non solo la CO2 effettivamente sequestrata sui fondali ma anche le numerose perdite dovute alla ventilazione, alla sottrazione di sostanze nutrienti da parte di altri organismi, oltre che le quantità di gas serra emessi per produrre i sali di ferro, trasportarli e spargerli in mare.

Il metodo della fertilizzazione tramite ferro era stato proposto anni fa come soluzione relativamente economica per contrastare i cambiamenti climatici. Dopo poco tempo però si sono moltiplicate le ricerche che ne evidenziavano i rischi, tra cui l'alterazione degli ecosistemi marini e l'aumento della crescita di alghe tossiche. Nel 2008 è stata istituita una moratoria internazionale per garantire che le attività di fertilizzazione non vengano svolte senza prima aver raggiunto solide basi scientifiche.

Ciononostante vengono tentati periodicamente esperimenti di fertilizzazione anche a scopi non scientifici. Nell'estate del 2012 il progetto di un imprenditore statunitense, che ha disperso 100 tonnelate di solfato di ferro al largo delle coste canadesi, ha riacceso il dibattito intorno alla controversa tecnica.

Qui la press release dell'Istituto di Scienze Marine dell'Università di Sydney

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