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Ricerca, i tagli sono autogol

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Il grido d’allarme del Professor Garattini “Se il Paese mette la scienza all’angolo” andrebbe raccolto subito, prima che sia troppo tardi. Con meno ricercatori di tutti i paesi avanzati (e quelli bravi di solito vanno all’estero), con molti meno soldi di Germania, Francia e Spagna, per non parlare di Svezia e Finlandia, l’Italia è già uscita dal giro dei paesi che contano. Austria e Danimarca alla ricerca danno il 2,5% del Pil, la Corea del Sud ancora di più, noi appena l'1,8 e andando avanti sarà ancora di meno. Perché? “Tempi di crisi, i soldi servono per tante altre cose, tutte importanti, e allora prendiamoli dalla ricerca”. E se invece fosse proprio la ricerca a farci uscire dalla crisi? Negli Stati Uniti Obama ha chiesto al Congresso un miliardo di più solo per le scienze della vita e la salute dell'uomo (“Ne avremmo voluti di più, ha commentato Francis Collins – il direttore dell’NIH, gli Istituti per la Salute - ma riuscire ad aumentare il budget in un momento di crisi è già  moltissimo”). La ricerca nel campo delle scienze della vita costa relativamente poco e rende moltissimo. In India l’hanno capito al volo e hanno anche capito che la ricerca la fanno i giovani. E così il governo stanzia 600 mila borse di studio all’anno per loro e poi ci sono incentivi per chi vuole continuare a coltivare la scienza dopo la scuola. E sì che in India ci sono problemi enormi: acqua pulita, bambini sottopeso e si muore ancora di parto e ci sono solo 7 dottori ogni 10 mila abitanti. Che senso ha in India tutta questa attenzione alla ricerca. Forse chi ci governa dovrebbe chiederselo. Qualche anno fa in Brasile due scienziati un po’ avventurosi si erano messi in testa di fare qualcosa di grande per il loro Paese. Volevano sequenziare il genoma. “Siamo troppo indietro, non ci riusciremo mai”, dicevano i più saggi, quelli della vecchia guardia. Alla fine i due hanno vinto. L'agenzia del governo per la ricerca ha destinato 12 milioni di dollari dell'epoca a un progetto solo: sequenziare il genoma di un parassita degli agrumi. In tre anni il lavoro è finito, va su Nature. Adesso il Brasile ha 100 giovani studiosi in 35 laboratori che di genoma ci capiscono e partecipano ad un progetto che catalogherà i geni del cancro. Poi arriva Monsanto che compera le due compagnie ad un prezzo molto alto e stabilisce un grande centro di ricerca genetica. Dove? In Brasile, a Campinas perché le competenze sono lì. Quello dell’India e del Brasile sono solo due esempi, ce ne sono tantissimi altri. Si parte con poco - basta investire in ricerca quello che si risparmia con un kilometro di autostrada in meno - e si finisce qualche volta col cambiare l’economia del paese. Cose ovvie per gli scienziati, ma non è detto che lo siano per i politici e nemmeno per la gente.

“The role of doctor in advocacy”, ha scritto qualche tempo fa il direttore del Lancet per dire che scienziati e medici devono farsi avvocati e non permettere che ai diritti dei loro ammalati ci pensino gli altri. Proviamo anche noi a fare gli avvocati della scienza e a chiedere più ricerca anno dopo anno ci sarebbero sempre più posti di lavoro e alla fine fra medicina ed energia si riuscirebbe a risparmiare moltissimo. Alziamo la voce, scrive il Professor Garattini, non tanto e non solo per difendere il nostro lavoro, ma per aiutare il Paese ad uscire dalla crisi. E facciamolo soprattutto per quei giovani che vorrebbero farla la ricerca ma non hanno un posto di lavoro o non sono pagati abbastanza da poter vivere e farsi una famiglia. Qui però non siamo negli Stati Uniti e nemmeno in India o in Brasile: possiamo anche provare ad alzarla la voce, qui tanto non ci ascolta nessuno.


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