E' grazie alle parole che possiamo esprimere concetti, pensieri e stati d'animo. Ma quale percorso evolutivo ci ha portato a sviluppare delle così fini abilità comunicative? Wolfgang Enard del Max Planck Institut per l'antropologia evoluzionistica di Lipsia (in Germania) ha scoperto che topi modificati per esprimere la sequenza umana di Foxp2, un gene coinvolto nell'elaborazione del linguaggio, emettono richiami e vocalizzi più articolati. I topi "parlanti" mostrano inoltre cambiamenti strutturali, neurofisiologici e neurochimici in un'area del cervello che nell'uomo è associata al linguaggio. Foxp2 è presente anche nello scimpanzé, ma la sua sequenza differisce da quella delle grandi scimmie per due aminoacidi. Questa differenza sembra essere comparsa dopo che la linea evolutiva dell'uomo si è separata da quella delle grandi scimmie. È stato proprio per verificare il ruolo di Foxp2 nell'evoluzione del linguaggio che Enard ha inserito una copia del gene umano nel topo. I risultati dello studio, pubblicati su Cell, aggiungono un tassello in più nella ricostruzione del processo evolutivo che ha dato all'uomo il dono della parola. È questo inoltre il primo studio eseguito in un modello animale in grado di mostrare come una sostituzione aminoacidica possa essere rilevante per l'evoluzione umana.
Squittii quasi umani
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Emissioni in stallo: impossibile restare sotto 1,5°C, dice l'UNEP

Il nuovo Emission Gap Reporto dell'UNEP dice molto chiaramente che è ormai andata perduta la possibilità di restare sotto 1,5°C medi globali rispetto ai livelli preindustriali. Potremmo tornarci al fine secolo, solo se riusciamo a limitare la temperatura di picco a 1,7-1,8°C. Per farlo serve, tra le altre cose, ridurre del 18% le attuali emissioni globali entro il 2030, cioè entro quattro anni. Per ora sono in stallo.
Crediti immagine: Kevin Maroto/Unsplash
La possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C per fine secolo con un superamento nullo o limitato (cioè entro 0,1°C) è andata perduta. Superare questa soglia è ormai inevitabile: lo scrive senza troppi giri di parole il nuovo Emission Gap Report 2026 appena uscito dell’UNEP.