fbpx Nasce Italian Drug Discovery Network | Page 12 | Scienza in rete

Nasce Italian Drug Discovery Network

Read time: 2 mins

Individuare nuove molecole biologicamente attive per lo sviluppo di nuovi farmaci, attraverso la creazione di una collezione chimica centralizzata è l’obiettivo dell’accordo sottoscritto dall l’Istituto Europeo di Oncologia, l’Istituto Italiano di Tecnologia, Recordati e Rottapharm-Madaus. Si tratta di un progetto nato nell'ambito di Italian Drug Discovery Network (IDDN), per favorire l'interazione e l'unione di capacità, conoscenze e risorse di ciascun promotore dell’IDDN e dare nuovo slancio alle forme di innovazione nella cura delle patologie umane. La scoperta di nuovi farmaci, infatti, si basa sulla possibilità di effettuare lo screening del maggior numero possibile di molecole per determinare  caratteristiche e potenzialità terapeutiche.

La Collezione di composti chimici centralizzata è costituita da circa 200.000 tipi di molecole, selezionate  dai partecipanti all’IDDN per il loro elevato livello di qualità. Queste molecole verranno poi utilizzate per test biologici finalizzati alla creazione di nuovi farmaci. La Collezione è un caso interessante di open innovation - vale a dire la messa in comune, da parte delle imprese, di idee, conoscenze e risorse nelle aree pre-competitive per migliorare la sostenibilità e promuovere l’innovazione - attraverso la condivisione di differenti know-how e grazie alla possibilità di “fare sistema” tra le eccellenze dell’iniziativa. Ciascuno promotore ha messo a disposizione le proprie eccellenze e competenze, avvalendosi di una risorsa difficilemnte accessibile singolarmente. 

Per gli sviluppi futuri, i promotori dell’IDDN intendono organizzare attività comuni di tipo scientifico, informativo e formativo, oltre ad ampliare le attività di ricerca condivise, nell'auspicio che anche realtà di rilievo come l’Unione Europea possano sostenere questo progetto.

 

 

 

 

Autori: 
Sezioni: 
Farmacologia

prossimo articolo

Di che cosa parliamo quando parliamo di TEA

Campo coltivato di cereali al tramonto

Negli ultimi anni, le tecniche di ingegneria genetica e la cosiddetta “evoluzione assistita” (TEA) hanno riacceso il dibattito, in campo non solo scientifico, ma anche economico e culturale. La questione centrale può essere riassunta in una domanda: è davvero possibile, con le tecnologie attuali, intervenire sul DNA di una pianta coltivata per renderla più resistente senza dover fare i conti con implicazioni più ampie, di tipo biologico, evolutivo, agroecologico e persino filosofico? Crediti immagine: Yosi Azwan su Unsplash

L’annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di New Genetic Techniques) riaccende il dibattito su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, di equità e di etica.