fbpx Le emozioni non si dimenticano | Page 9 | Scienza in rete

Le emozioni non si dimenticano

Read time: 2 mins

L’emozione persiste, anche se non si ha memoria dell’episodio che l’ha generata. È la conclusione di uno studio condotto da Justin S. Feinstein, Melissa C. Duff e Daniel Tranel, dell’Università di Iowa e pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences).

Dopo aver selezionato un gruppo di cinque pazienti affetti da grave amnesia in seguito a danni circoscritti all’ipotalamo, il team di ricercatori li ha invitati a guardare una serie di filmati raffiguranti temi della perdita e della morte. Mediante un dettagliato questionario, sono state raccolte informazioni circa le emozioni provate sia immediatamente prima della visione che subito dopo e, infine, a distanza di 20-30 minuti.

I soggetti hanno riferito di una profonda tristezza, come confermato anche dall’osservazione delle espressioni del viso nel corso della proiezione. Il giorno dopo, seguendo la stessa procedura, al gruppo sono state mostrate, invece, immagini molto divertenti. Anche in questo caso, la mimica facciale ha supportato la felicità espressa dai pazienti. Per comparare i risultati, lo stesso iter è stato seguito con persone senza alcun danno cerebrale.

In base alle osservazioni effettuate, si è giunti alla conclusione che il cervello umano è organizzato in modo tale che l’emozione possa persistere anche senza la memoria esplicita della sua causa. Questo, in contrasto con la nozione popolare che, semplicemente cancellando i ricordi dolorosi, è possibile liberarsi della sofferenza psicologica. I risultati di questo studio presentano interessanti implicazioni circa il modo in cui la società e le strutture mediche si relazionano ai soggetti con disturbi della memoria, come i pazienti affetti da Alzheimer. La visita di un familiare, una telefonata, un sorriso, anche se presto dimenticati dal malato, possono comunque lasciare segni positivi nel paziente e contribuire a rasserenarlo, migliorandone umore e reattività.

Il morbo di Alzehimer e altre forme di demenza, si argomenta nello studio, stanno raggiungendo proporzioni epidemiche e si ritiene quindi indispensabile un approccio integrato alla cura dei soggetti con gravi deficit di memoria.

Vai all'articolo di PNAS studio

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Neuroscienze

prossimo articolo

Anche i terremoti piccoli sono importanti

strada con grossa crepa dovuta a terremoto in california

In alcune sequenze sismiche si osserva una correlazione tra le magnitudo di scosse successive, facendo sperare di poter migliorare i modelli per la previsione probabilistica dei terremoti. Tuttavia, secondo un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II, quando i dati indicano la presenza di una correlazione è solo perché le scosse più piccole sfuggono alle registrazioni.

Nell’immagine una strada di Fort Irwin, California, il 5 luglio 2019, dopo che tre scosse di magnitudo tra 6,4, 5,4 e 7,1 partirono dalla città di Ridgecrest, cento chilometri più a nord. Credit: Janell Ford/DVIDS.

I sismologi si chiedono da sempre se un terremoto grande preannunci l’arrivo di un terremoto ugualmente grande o più grande. Si interrogano cioè sull’esistenza di una correlazione tra la magnitudo delle scosse registrate durante una sequenza sismica. Secondo un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II, se questa correlazione c’è è dovuta solo al fatto che non sappiamo rilevare tutti i terremoti piccoli durante le sequenze. Tenendo conto dei terremoti mancanti, la correlazione scompare, e con lei la possibilità di trovare eventi precursori di grandi terremoti.