Per la prima volta un gruppo di ricercatori statunitensi di Philadelphia è riuscito a modificare geneticamente i linfociti T di malati di cancro tanto da renderli finalmente efficaci nel combattere la malattia. Il tentativo può dirsi riuscito in due pazienti con leucemia linfoide cronica in fase avanzata e ormai refrattaria alla chemioterapia, che a un anno dal trattamento sono ancora in totale remissione, e parzialmente anche nel terzo caso sottoposto alla cura sperimentale, che comunque è ancora vivo ed è migliorato, sebbene senza un effetto così clamoroso. Gli scienziati hanno utilizzato un innovativo vettore lentivirale capace di portare ed esprimere, nei linfociti T prelevati ai pazienti, un recettore antigenico chimerico (CAR) costituito da tre componenti: CD137 e CD3-zeta che stimolano la risposta dei linfociti T nei confronti di quelli B – la cui proliferazione abnorme è alla base di questa forma di leucemia – e un recettore specifico per la proteina CD 19, che si trova solo su linfociti B e plasmacellule. La piccola dose di questi linfociti T così modificati infusa nell’organismo dei pazienti si è espansa più di 1000 volte, provocando a distanza di un paio di settimane un fenomeno di lisi massiccia delle cellule tumorali, con nausea, brividi e febbre. Oltre a questo effetto collaterale passeggero, va segnalato che la cura non distingue tra i linfociti B malati e quelli sani, provocando un’importante e persistente linfopenia con conseguente ipogammaglobulinemia. Infine, anche il piccolissimo numero di casi trattati deve spingere alla prudenza. «Stiamo però studiando di estendere la sperimentazione ad altre forme di leucemia e di tumori solidi» spiega Carl June, tra gli autori del lavoro, la cui importanza è comunque sottolineata anche dalla contemporanea pubblicazione sul New England Journal of Medicine e su Science Translational Medicine.
Le difese finalmente reclutate
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Dimmi quello che mangi: nuovo grande studio sulle abitudini alimentari

I ricercatori e le ricercatrici dell’Istituto dei Tumori di Milano chiedono la nostra collaborazione per un grande studio di coorte che vuole approfondire la relazione tra gli alimenti che consumiamo e più in generale le nostre abitudini di vita e il rischio di sviluppare una malattia. Lo studio vuole completare e aggiornare i già importanti risultati ottenuti attraverso il precedente studio Epic, che è stato alla base delle prime linee guida per un’alimentazione sana. Per partecipare basta andare sul sito di YouGoody – La ricerca bella e buona. Crediti immagine: elaborazione da Sigueme/Pixabay
Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha fatto molti progressi nel chiarire i legami tra alimentazione, stile di vita e rischio di sviluppare tumori. Alcuni fattori di rischio sono ormai ben documentati: l’obesità, l’inattività fisica, l’eccesso di alcol e il fumo aumentano la probabilità di sviluppare diverse forme di cancro. Anche la dieta ha un ruolo chiave: un’alimentazione ricca di frutta, verdura, legumi e cereali integrali è associata a una riduzione del rischio, mentre un consumo elevato di carni rosse e lavorate è stato collegato, ad esempio, al tumore del colon-retto.