fbpx Immagazzinare calore del Sole | Page 11 | Scienza in rete

Immagazzinare calore del Sole

Read time: 1 min

Ricercatori del MIT hanno sviluppato un materiale basato su nanotubi di carbonio in grado di raccogliere e immagazzinare calore solare per renderlo disponibile quando necessario.

L'idea, da qualche anno nel mirino dei ricercatori del MIT, è quella di conservare l'energia termica in forma chimica e poterla così recuperare al momento del bisogno. Già lo scorso anno Jeffrey Grossman e altri quattro ricercatori del MIT avevano scoperto un materiale a base di rutenio in grado di garantire il processo, ma i costi erano proibitivi e il materiale non riusciva a sopportare se non qualche ciclo di ricarica. Ostacoli che ora sembra siano stati superati.

Grossman e il suo collaboratore Alexie Kolpak hanno infatti pubblicato su Nano Letters uno studio in cui annunciano la scoperta di un nuovo materiale realizzato con nanotubi di carbonio in combinazione con un composto chiamato azobenzene. I costi inferiori, la resistenza ai cicli di utilizzo e l'elevata densità di energia – paragonabile a quella delle batterie agli ioni di litio – lo rendono perfetto per l'accumulo del calore solare e la sua restituzione.

Il processo sfrutta la capacità del materiale, quando viene esposto alla luce solare, di modificare in modo stabile la propria struttura molecolare. Basta poi uno stimolo esterno, per esempio un catalizzatore o una piccola variazione di temperatura, per riportare il materiale alla condizione iniziale rilasciando il calore immagazzinato.

MIT

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Indice: 
Energia

prossimo articolo

Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.