fbpx Chemio in trappola nel coagulo | Page 27 | Scienza in rete

Chemio in trappola nel coagulo

Read time: 2 mins

Sfruttare un sistema di reclutamento imponente come quello della coagulazione del sangue per far arrivare più farmaco al tumore. Partendo da questa idea, i bioingegneri della Massachussetts Institute of Technology in Cambridge sono riusciti a concentrare nella massa neoplastica una maggior dose di farmaci antitumorali, aumentandone così l’efficacia e riducendone gli effetti collaterali sui tessuti sani. Il metodo è in due fasi. Nella prima, già sperimentata in altri studi, si utilizza la capacità dei nanobastoncelli d’oro di infilarsi nei pori dei vasi sanguigni tumorali, molto più larghi di quelli dei tessuti sani. Irradiando poi la zona con infrarossi, le particelle si riscaldano e danneggiano il tessuto. I ricercatori coordinati dal bioingegnere Sangeeta Bhatia non si sono però fermati a questo punto, ma hanno potenziato l’effetto della cura cavalcando la reazione innescata dalla lesione, la cascata della coagulazione che richiama sul luogo colpito i precursori dei fattori della coagulazione stessa. E’ bastato quindi inserire uno di questi sulla membrana di una seconda categoria di nano particelle, questa volta liposomi carichi di farmaco antitumorale, per portarli elettivamente sul tumore. Sulle topoline con tumore alla mammella sottoposte all’esperimento, gli studiosi sono riusciti a concentrare nella sede del tumore una quantità di doxorubicina 40 volte superiore rispetto ai controlli, bloccando la crescita della massa. Lo studio è stato pubblicato su Nature Materials.

Nature, pubblicato online il 19 giugno 2011 doi:10.1038/news.2011.374

Autori: 
Sezioni: 
Tumori

prossimo articolo

Un batterio che sopravvive all'impatto su Marte può viaggiare nello spazio?

Un nuovo studio della Johns Hopkins mostra che il batterio Deinococcus radiodurans sopravvive a pressioni paragonabili a quelle di un'espulsione di corpi rocciosi dalla superficie marziana. Questo risultato può avere implicazioni per le politiche di protezione planetaria, ma rappresenta solo una tappa verso la comprensione di se e come la vita microbica potrebbe sopravvivere a un viaggio interplanetario.

Nell'immagine di copertina: elaborazione della fotografia al microscopio elettronico di di D. radiodurans (da Wikimedia Commons, pubblico dominio)

Gli impatti di corpi celesti come asteroidi o comete evocano l’idea di forze dalla potenza capace di modellare superfici di pianeti o provocare estinzioni di specie. Collegarli alla vita può essere meno intuitivo, eppure questi eventi possono generare ambienti potenzialmente abitabili nei crateri che lasciano, o trasportare molecole organiche da un corpo celeste all’altro. Chiedersi se la vita stessa possa sopravvivere a un impatto è un passo ulteriore, con conseguenze dirette per le politiche di protezione planetaria che regolano le attività umane nello spazio.