fbpx Farmaco concentrato nel coagulo | Page 11 | Scienza in rete

Farmaco concentrato nel coagulo

Read time: 2 mins

Sfruttare un sistema di reclutamento imponente come quello della coagulazione del sangue per far arrivare più farmaco al tumore. Partendo da questa idea, i bioingegneri della Massachussetts Institute of Technology in Cambridge sono riusciti a concentrare nella massa neoplastica una maggior dose di farmaci antitumorali, aumentandone così l’efficacia e riducendone gli effetti collaterali sui tessuti sani. Il metodo è in due fasi. Nella prima, già sperimentata in altri studi, si utilizza la capacità dei nanobastoncelli d’oro di infilarsi nei pori dei vasi sanguigni tumorali, molto più larghi di quelli dei tessuti sani. Irradiando poi la zona con infrarossi, le particelle si riscaldano e danneggiano il tessuto. I ricercatori coordinati dal bioingegnere Sangeeta Bhatia non si sono però fermati a questo punto, ma hanno potenziato l’effetto della cura cavalcando la reazione innescata dalla lesione, la cascata della coagulazione che richiama sul luogo colpito i precursori dei fattori della coagulazione stessa. E’ bastato quindi inserire uno di questi sulla membrana di una seconda categoria di nano particelle, questa volta liposomi carichi di farmaco antitumorale, per portarli elettivamente sul tumore. Sulle topoline con tumore alla mammella sottoposte all’esperimento, gli studiosi sono riusciti a concentrare nella sede del tumore una quantità di doxorubicina 40 volte superiore rispetto ai controlli, bloccando la crescita della massa. Lo studio è stato pubblicato su Nature Materials.

Nature, pubblicato online il 19 giugno 2011 doi:10.1038/news.2011.374

Autori: 
Sezioni: 
Tumori

prossimo articolo

Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute

sbarre con sfumature arancione e azzurra

Per chi vive in carcere, la crisi climatica non è solo una condizione ambientale ma una pena aggiuntiva. Celle gelide d’inverno e soffocanti d’estate espongono le persone detenute a rischi fisici e psichici che la crisi climatica sta aggravando. In Italia, tra edifici obsoleti, sovraffollamento e assenza di monitoraggi sistematici, il microclima penitenziario resta un’emergenza invisibile, ai margini delle politiche di adattamento e del dibattito pubblico sui diritti e sulla salute.

Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa su Al Jazeera dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza.