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Cercasi antidoto disperatamente

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Li hanno chiamati eroi e hanno commosso tutto il mondo, ma nessuno sa ancora davvero come stanno e quale sarà il destino dei tecnici giapponesi che si sono succeduti nel tentativo di limitare i danni del terremoto e dello tsunami nella centrale nucleare di Fukushima. Anche se nei loro confronti probabilmente sono state messe in atto precauzioni ignorate nel caso dei  134 pompieri di Chernobyl a cui fu diagnosticata la sindrome acuta da radiazioni, molti di loro potrebbero essere stati esposti  a dosi di radioattività altrettanto elevate. Se così fosse, allo stato attuale delle conoscenze, per i malcapitati ci sarebbe ben poco da fare. Nessuna compressa allo iodio, che serve solo a ridurre il futuro rischio di tumori alla tiroide; nessun agente chelante, capace di limitare l’assorbimento di materiale contaminato. La sindrome acuta provoca nausea, vomito, diarrea e manifestazioni cutanee simili a quelle di una forte scottatura solare; dopo un poco si sta meglio, ma può essere solo una ripresa transitoria. Subentra poi infatti un ulteriore aggravamento che può durare ore o mesi prima di condurre a morte, in una percentuale di casi che dipende dalla dose assorbita.

«A provocare il decesso è di solito la distruzione del midollo osseo che produce le cellule del sangue» spiegano ai Centers for Disease Control di Atlanta, negli Stati Uniti. «Alle persone esposte si danno tanti fluidi per favorire il ricambio, antibiotici per proteggerli dalle infezioni, trasfusioni e fattori che stimolino la produzione di nuove cellule del sangue, ma se i precursori sono danneggiati anche questi farmaci possono fare poco». Quando è possibile si può tentare il trapianto di cellule staminali, così come si fa per le leucemie, ma la soluzione non è sempre praticabile, anche perché non sempre in tempi brevi si trova un donatore compatibile. Una procedura così impegnativa, poi, si potrebbe applicare a singoli casi, non certo per un’esposizione di massa.

Davanti a tanta evidente vulnerabilità, pensando ad attacchi terroristici più che a incidenti alle centrali nucleari, il governo degli Stati Uniti negli ultimi anni ha quindi stanziato più di 500 milioni di dollari per finanziare la ricerca sulla prevenzione e la cura della sindrome acuta da radiazioni. Un investimento che comincia a dare i suoi frutti. Diverse aziende di biotecnologie, secondo un articolo appena pubblicato sul sito di Nature hanno pronte varie possibili modalità di cura: alcune sostanze riescono ad aumentare la sopravvivenza delle cellule colpite, altri trattamenti mirano a sostituirle iniettandone di nuove. Oltre ai ricchi finanziamenti per la ricerca, queste terapie usufruiscono di scorciatoie nelle procedure di approvazione, indispensabili per motivi etici: sugli esseri umani se ne può studiare la sicurezza, che è già stata accertata, ma non certo l’efficacia nei confronti della sindrome acuta da radiazioni, che ovviamente non può essere indotta sperimentalmente sui volontari solo per vedere se la cura funziona.  I tecnici di Fukushima, però, forse accetterebbero di fare da cavie. E magari, senza che si sappia, chissà che le cure sperimentali non abbiano già varcato il Pacifico, e stiano già dando agli eroi giapponesi qualche chance in più.

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