fbpx Il fuoco e gli Europei | Page 20 | Scienza in rete

Il fuoco e gli Europei

Read time: 2 mins

Quand'è che i nostri antenati cominciarono a controllare e utilizzare il fuoco? Una domanda alla quale sembra proprio che l'archeologia e la biologia evolutiva diano due risposte ben differenti.

In uno studio archeologico pubblicato su PNAS, Wil Roebroeks (Leiden University) e Paola Villa (University of Colorado Museum) hanno passato al setaccio 141 siti archeologici europei risalenti a un periodo compreso tra 1,2 milioni e 35 mila anni fa con l'intento di determinare quando il fuoco divenne una presenza abituale negli insediamenti dei nostri antenati. La conclusione alla quale giungono i due ricercatori è che non si trovano tracce certe di una simile presenza prima di 400 mila anni fa.
Il dato, però, è piuttosto problematico. Risulta infatti molto complicato combinare questa mancanza del fuoco con il rigido clima di regioni – come ad esempio l'Inghilterra – in cui si sono trovate evidenze archeologiche di insediamenti umani risalenti a 800 mila anni or sono. Ma non è questo l'unico dubbio.

L'antropologo Richard Wrangham, autore di Catching fire: how cooking made us uman, sostiene che lo studio dell'evoluzione della fisiologia umana indicherebbe che gli ominidi iniziarono a utilizzare il fuoco quasi due milioni di anni fa. Il passaggio a un regime alimentare con cibi cotti fu in grado di esercitare un notevole effetto sul cammino evolutivo umano. Secondo Wrangham non esisterebbe invece nessuna evidenza che tale effetto iniziò a manifestarsi intorno a 400 mila anni fa.

Il braccio di ferro tra biologia evolutiva e archeologia, insomma, è in pieno svolgimento.

Discover

Autori: 
Sezioni: 
Luoghi: 
Antropologia

prossimo articolo

Un batterio che sopravvive all'impatto su Marte può viaggiare nello spazio?

Un nuovo studio della Johns Hopkins mostra che il batterio Deinococcus radiodurans sopravvive a pressioni paragonabili a quelle di un'espulsione di corpi rocciosi dalla superficie marziana. Questo risultato può avere implicazioni per le politiche di protezione planetaria, ma rappresenta solo una tappa verso la comprensione di se e come la vita microbica potrebbe sopravvivere a un viaggio interplanetario.

Nell'immagine di copertina: elaborazione della fotografia al microscopio elettronico di di D. radiodurans (da Wikimedia Commons, pubblico dominio)

Gli impatti di corpi celesti come asteroidi o comete evocano l’idea di forze dalla potenza capace di modellare superfici di pianeti o provocare estinzioni di specie. Collegarli alla vita può essere meno intuitivo, eppure questi eventi possono generare ambienti potenzialmente abitabili nei crateri che lasciano, o trasportare molecole organiche da un corpo celeste all’altro. Chiedersi se la vita stessa possa sopravvivere a un impatto è un passo ulteriore, con conseguenze dirette per le politiche di protezione planetaria che regolano le attività umane nello spazio.