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Formidabili epidemiologi italiani

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I ricercatori italiani sono al secondo posto nella produzione europea di pubblicazioni in campo epidemiologico e sono coinvolti in più del 50% dei progetti sanitari finanziati tramite il 7° Programma Quadro di ricerca dell’Unione europea. E’ il dato emerso dalla ricerca pubblicata da Epidemiologia & Prevenzione.

Nonostante la costante diminuzione dei finanziamenti in ambito nazionale ed europeo, la ricerca biomedica ed epidemiologica in Italia è altamente produttiva e tuttora in crescita. È quanto si evince dall’analisi degli articoli epidemiologici pubblicati da ricercatori italiani, europei e statunitensi nel periodo 2007-2009 effettuata dal Centro di riferimento per l’epidemiologia e la prevenzione oncologica (CPO) del Piemonte e dall’Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista di Torino (Epidemiologia & Prevenzione 2011; 35(1): 12-17).

Dal 2007 al 2009 gli epidemiologi italiani hanno pubblicato 7.043 articoli scientifici: le aree principali sono l’epidemiologia clinica, dei tumori e genetica – settore, quest’ultimo, in cui più aumentano le pubblicazioni a firma italiana. Tra i 27 Paesi della UE ci supera la sola Gran Bretagna. Va sottolineato che questa situazione riflette in gran parte la disponibilità di finanziamenti erogati in anni precedenti al triennio 2007-2009: è possibile che una ricognizione su anni più recenti, che hanno visto una diminuzione della quota di finanziamenti destinati alla ricerca, produca risultati diversi.

La produzione europea in campo epidemiologico, con un totale di 50.063 articoli, è di poco inferiore a quella degli Stati Uniti (64.489 articoli), che però presentano un trend di crescita negli ultimi 10 anni più rapido rispetto ai singoli Paesi europei. Per dare nuovo impulso alla ricerca medica la Commissione europea ha stanziato circa 6.100 milioni di euro nel 7° Programma Quadro di ricerca per il periodo 2007-2013. In questo ambito l’Italia è coinvolta nel 51,3% dei 374 progetti in ambito sanitario: in 154 partecipa almeno un ente di ricerca italiano, mentre ben 38 sono coordinati da un’istituzione italiana.

I dati emersi dallo studio hanno permesso di quantificare la ricerca epidemiologica, identificare gli attori principali e ipotizzare previsioni sull’accesso ai finanziamenti per la ricerca futura. «Gli studi sono condotti soprattutto da enti pubblici e università» dichiara Federica Gallo, prima autrice dell’articolo pubblicato su E&P. «Sarebbe auspicabile un maggiore coinvolgimento delle aziende sanitarie e delle agenzie regionali, che sono a contatto con la popolazione e quindi possono meglio individuare sia i rischi presenti sul territorio sia le strategie di contenimento. In ogni caso, sarebbe importante che i ricercatori italiani potessero continuare il lavoro svolto fin qui dando ulteriore impulso agli studi riguardanti laprevenzione primaria delle malattie e la valutazione dell’assistenza sanitaria, settori che possono avere una maggiore ricaduta positiva sulla salute della popolazione e nello stesso tempo favorire un contenimento dei costi sanitari».

VAi al sito di Epidemiologia & Prevenzione

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