fbpx Spina bifida operata in utero | Scienza in rete

Spina bifida operata in utero

Primary tabs

Read time: 1 min

Se l’intervento chirurgico è effettuato durante la gravidanza, il nascituro con la più comune malformazione congenita del sistema nervoso centrale, la spina bifida, avrà crescendo maggiori chance di poter camminare. I bambini con questa condizione, infatti, chiamata dai medici mielomeningocele, restano di solito inchiodati a una sedia a rotelle, hanno difficoltà a controllare la vescica e le funzioni intestinali, presentano un accumulo di liquido nel cervello che può compromettere le loro capacità cognitive: tutto a causa del difetto di chiusura della spina dorsale che non riesce così a proteggere in maniera adeguata il midollo spinale. La conferma che agire prima è meglio viene dalle pagine del New England Journal of Medicine, su cui gli esperti del Children's Hospital of Philadelphia hanno descritto gli esiti a distanza dell’intervento in fase prenatale o dopo la nascita su quasi 200 casi trattati in tre diversi centri statunitensi. L’intervento non è ancora una cura definitiva, ma comunque può rappresentare un primo passo  verso una migliore qualità di vita.

Senza dimenticare tuttavia, che per ridurre drasticamente il rischio di questa malformazione basta che la futura mamma, fin dai mesi precedenti al concepimento, abbia un apporto sufficiente di acido folico, eventualmente anche tramite integratori.

 New Engl J Med  pubblicato online il 9 febbraio 2011

Autori: 
Sezioni: 
Chirurgia

prossimo articolo

Terra dei Fuochi: quale scienza serve dopo la sentenza?

incendio nella terra dei fuochi

La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi ha riconosciuto che le conoscenze accumulate nel tempo erano già sufficienti a imporre misure di protezione della popolazione. A più di un anno e mezzo dalla condanna dell’Italia, la questione non è quindi soltanto produrre nuove prove sui danni ambientali e sanitari, ma capire quale ricerca serva oggi: una sorveglianza continua e più fine sul territorio, capace di integrare ambiente e salute, individuare le popolazioni più esposte e verificare se gli interventi di prevenzione e risanamento stiano davvero riducendo i rischi.

Nell'immagine di copertina: incendio ad Afragola, 2012. Crediti: Gianluca Rizzi/Flickr. Licenza: CC BY-NC-SA 2.0

Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute.