Gli attuali modelli climatici potrebbero aver sottostimato anche di otto volte l'effettiva quantità delle silt, le polveri a grana più grossa disperse in atmosfera dalle tempeste di polvere dei deserti.
E' quanto emerge dallo studio di Jasper F. Kok (National Center for Atmospheric Research – Boulder, Colorado) pubblicato a fine anno su PNAS. La conclusione di Kok si basa sulla sua analisi della frammentazione dei grani di polvere trasportati dal vento, una frantumazione che sarebbe del tutto simile a quella che avviene con materiali fragili come il vetro.
Da tempo gli studiosi del suolo sanno che la polvere possiede comportamenti identici a quelli dei materiali fragili e dal canto loro i fisici dispongono di una efficace descrizione della frantumazione di questi materiali. Kok ha messo assieme le due idee giungendo alla conclusione che nel corso di una tempesta di sabbia vengono prodotte frazioni sostanzialmente identiche di particelle piccole, medie e grandi. Le analisi delle polveri raccolte nel bel mezzo di sei tempeste di sabbia in differenti parti del globo gli danno ragione.
Gran parte dei modelli climatici si basano anche sulle rilevazioni di satelliti che misurano la quantità di particelle sospese in atmosfera, ma a queste rilevazioni sfuggono le particelle più grandi. Secondo Kok le tempeste di polvere producono da due a otto volte più silt di quanto finora ritenuto dai climatologi e di questa presenza i modelli dovrebbero opportunamente tenerne conto. E' vero che queste particelle sono le prime a precipitare al suolo, ma non si può certo trascurare il loro ruolo, soprattutto nei modelli matematici impiegati per le previsioni meteorologiche a breve termine nelle regioni più polverose del pianeta.
Polvere e modelli climatici
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Early warning sismico: un test a posteriori sull’ultimo grande terremoto in Turchia e Siria

I sistemi di allerta sismica precoce puntano ad avvertire con secondi o decine di secondi di anticipo che è in arrivo un terremoto pericoloso. Si basano sul fatto che quando la crosta terrestre si frattura, si generano due tipi di onde. Le prime, longitudinali, solitamente non causano danni e viaggiano più velocemente delle seconde, trasversali che invece possono causare danni anche significativi agli edifici e quindi alle persone. I sistemi di allerta precoce processano il segnale delle prime onde e prevedono se e dove, nell’area circostante l’epicentro, è probabile che le seconde siano distruttive. Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo alla prova un approccio innovativo all’allerta precoce sfruttando i dati relativi alla prima delle due scosse che hanno colpito la regione tra Turchia e Siria a febbraio del 2023. Quella sequenza sismica ha causato quasi sessantamila morti, lasciando un milione e mezzo di persone senza casa. Nell’immagine: edifici crollati nella provincia turca di Hatay il 7 febbraio 2023. Credit: Hilmi Hacaloğlu/Voice of America.
Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo a punto un sistema per l’allerta sismica precoce e lo ha testato retrospettivamente sulla prima delle due scosse che hanno colpito la regione al confine tra Turchia e Siria il 6 febbraio del 2023. Considerando una soglia di intensità sismica (l’effetto del terremoto su persone e cose) moderata, il sistema si è dimostrato in grado di prevedere la zona da allertare con un anticipo che varia da 10 a 60 secondi allontanandosi dall’epicentro da 20 a 300 chilometri, con una percentuale molto contenuta di falsi allarmi.