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Il razzo allarga il buco

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Claudio Elidoro

A quanto pare anche la corsa allo spazio può seriamente minacciare il prezioso guscio di ozono che protegge gli abitanti della Terra dalla nociva radiazione ultravioletta proveniente dal Sole. Una recente analisi compiuta da ricercatori dell'Università del Colorado e della Embry-Riddle Aeronautic University ha infatti indicato come la mancanza di una rigida regolamentazione dei lanci spaziali nel prossimo futuro potrebbe arrecare danni ancora più gravi di quelli attribuiti ai famigerati clorofluorocarburi (CFC). Ricordiamo che fu proprio la scoperta del ruolo dei CFC che nel 1987 indusse le nazioni a sottoscrivere il Protocollo di Montreal che decretava la messa al bando di quei diffusissimi composti chimici.

"Una manciata di lanci degli space shuttle della NASA - sottolinea Darin Toohey (University of Colorado), uno degli autori dello studio - libera nella stratosfera una quantità di sostanze dannose per l'ozono superiore a quella proveniente da un anno di impiego negli Stati Uniti di CFC negli inalatori per la cura dell'asma e attualmente messi al bando".

Con il notevole incremento dell'industria spaziale previsto per i prossimi anni dalle analisi di mercato, insomma, non è certo il caso di far finta di nulla.

Fonte: University of Colorado

 

Ozono

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Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.