L'analisi di due climatologi indica che l'utilizzo intensivo delle tecniche di irrigazione riesce in alcune regioni a contrastare temporaneamente gli effetti del riscaldamento globale.
Nella loro ricerca, appena pubblicata su Journal of Geophysical Research, Michael Puma (Columbia University) e Benjamin Cook (NASA Goddard Institute) hanno indagato sull'impatto esercitato sul clima dai cambiamenti introdotti nel corso dell'ultimo secolo nelle tecniche di irrigazione e dalla loro maggiore diffusione. E' noto infatti che una maggiore quantità d'acqua rilasciata in atmosfera, sia per evaporazione che per la traspirazione delle colture, può esercitare un efficace effetto di refrigerazione dell'ambiente contrastando gli effetti del riscaldamento globale.
Dall'analisi emerge che, mentre tale influenza è piccola a livello globale (circa un decimo di grado), l'impatto si dimostra ben più significativo a livello regionale, raggiungendo un livello equivalente a quello esercitato - ovviamente in senso contrario - dai gas serra. L'influenza maggiore si registra nel bacino del fiume Indo, dove l'irrigazione è in grado di ridurre il riscaldamento anche di 3 °C.
Lo studio, inoltre, suggerisce che l'irrigazione influenza il clima anche in altri modi, per esempio portando a un aumento nel livello delle precipitazioni annue nelle regioni che si trovano sottovento rispetto a quelle più intensamente irrigate. Vi è infine il sospetto - ma sono necessari studi più dettagliati per una conferma - che possa essere alterata anche la distribuzione delle piogge monsoniche.
Irrigazione e clima
prossimo articolo
Farmaci sotto pressione: la crisi parte dallo Stretto di Hormuz

Principi attivi sintetizzati in Asia, elio (necessario per le risonanze magnetiche) importato dal Qatar, rotte bloccate nello Stretto di Hormuz: la crisi in Medio Oriente mostra quanto la filiera produttiva europea dei farmaci dipenda strutturalmente, e su più livelli, dai combustibili fossili e si regga su equilibri geografici fragili. Crediti immagine: Goran tek-en, CC BY-SA 4.0
Di solito, non ci chiediamo da dove vengano i farmaci. Quando ingeriamo con un sorso d'acqua una pillola di antibiotico, come l’amoxicillina, non viene immediato chiederci come quella capsula sia arrivata a casa nostra. La prendiamo per curare una cistite o un mal di gola di origini batteriche, spesso senza pensare che, prima ancora di essere nel suo blister e spedita sugli scaffali delle farmacie, ha già affrontato un processo fatto di viaggi lunghi e numerosi intermediari.