fbpx Alberi e clima in Africa | Page 3 | Scienza in rete

Alberi e clima in Africa

Read time: 2 mins

La prima accurata ricostruzione dell'andamento climatico in Africa settentrionale suggerisce che tra il XIII e il XVI secolo vi furono frequenti periodi di estrema siccità, proprio come nell'ultima parte del secolo scorso.
Alla ricostruzione si è giunti grazie a un programma internazionale di ricerca basato sullo studio degli anelli annuali di accrescimento degli alberi (dendrocronologia). Lo studio, coordinato da Ramzi Touchan (University of Arizona) e pubblicato online su Climate Dynamics, ha potuto contare su dati che hanno garantito una copertura temporale davvero notevole e ha interessato quasi ottocento alberi, almeno una ventina per ciascuno di 39 differenti siti in Marocco, Algeria e Tunisia. Il più antico campione di anelli di accrescimento studiato dal team di Touchan proviene dal Marocco e risale addirittura all'anno 883.
Ricostruendo il susseguirsi dei periodi di siccità, i ricercatori hanno scoperto che lo schema delle siccità regionali che hanno contrassegnato i secoli medievali sembri riemergere al termine del XX secolo. Analizzando poi i differenti periodi di siccità impressi indelebilmente negli anelli annuali e incrociandoli con le analisi climatiche, hanno inoltre potuto stabilire che le siccità in Tunisia e Algeria non sono governate dallo stesso tipo di condizioni oceaniche e atmosferiche responsabili delle siccità in Marocco.
Il prossimo obiettivo di Touchan e collaboratori è quello di estendere ancora più a ritroso nel tempo la loro cronologia, provando a colmare la lacuna con il materiale archeologico.

University of Arizona

Autori: 
Sezioni: 
Luoghi: 
Indice: 
Ambiente

prossimo articolo

Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

pastiglie varie

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.