Per la prima volta è stato utilizzato un raggio laser per generare nuclei di condensazione in nubi di vapore d'acqua. Siamo ancora lontani dal poter manipolare la pioggia a piacimento, ma la tecnica sembra davvero promettente.
Philipp Rohwetter (Institut für Experimentalphysik - Freie Universität Berlin) e i suoi collaboratori hanno provato a mettere in pratica su scala più grande lo stesso principio che nel 1911 portò Charles Wilson a ideare una rivoluzionaria trappola per individuare i raggi cosmici. La “camera” ideata da Wilson era un contenitore a tenuta ermetica riempito con aria satura di vapore acqueo; il passaggio di un raggio cosmico, ionizzando gli atomi lungo il suo percorso, creava nuclei di condensazione che rendevano visibile il tragitto della particella cosmica.
In pratica Rohwetter e collaboratori hanno sostituito i raggi cosmici con impulsi laser molto energetici. Verificato che, sparando un impulso laser infrarosso a elevata potenza (alcuni terawatt) all'interno di una camera a nebbia si assisteva alla formazione delle classiche goccioline di condensazione, hanno provato con successo a ripetere l'esperimento anche su vere nubi atmosferiche. I risultati sono stati pubblicati su Nature Photonics.
Un perfezionamento del metodo potrebbe in futuro diventare un'ottima e più ecologica alternativa alle attuali inseminazioni delle nubi con sali d'argento.
Un laser per la pioggia
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Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.
Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.
Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.