Quattro miliardi di anni fa il Sole era meno brillante di quanto non lo sia ora. Eppure sulla Terra non mancò mai acqua allo stato liquido, condizione indispensabile per lo sviluppo della vita. Come uscire da questo paradosso? Su Nature è appena stata pubblicata una plausibile spiegazione.
Le stime degli astronomi indicano che nel corso della sua storia il nostro Pianeta sperimentò un incremento della luminosità solare tra il 25 e il 30%. Viene subito da pensare che, con un irraggiamento ridotto di oltre un quarto, la Terra fosse ridotta a una ghiacciaia. Poiché questo non avvenne, si è finora ipotizzata la presenza di un massiccio effetto serra in grado di trattenere il più possibile la scarsa luce solare. Peccato, però, che di questa atmosfera satura di anidride carbonica non vi sia nessuna traccia geologica.
Nello studio appena pubblicato Minik T. Rosing (Natural History Museum of Denmark) e i suoi collaboratori puntano il dito in tutt'altra direzione. Secondo i ricercatori, poiché nell'Archeano le terre emerse erano inferiori a quelle attuali, la superficie del nostro pianeta era caratterizzata da un'albedo inferiore, cioè rifletteva meno la luce solare. Se a questo si aggiunge la mancanza di nuclei di condensazione in grado di far addensare le nubi – oggi la produzione di queste piccole particelle è gran parte opera delle piante e delle alghe – si ottengono condizioni ambientali con temperature al di sopra del congelamento dell'acqua. Senza la necessità, dunque, di invocare estreme concentrazioni di gas serra.
Il paradosso del Sole più fioco
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Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?

Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).
Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici.