Delusi perchè i vostri tentativi nella corsa di resistenza non danno i risultati sperati? Non buttatevi a terra: probabilmente la colpa non è dell’allenamento, ma di natura genetica. Questo almeno sembrerebbe il risultato emerso da uno studio appena pubblicato su Physiological Genomics.
Un team di ricercatori ha esaminato 155 atleti di livello nazionale e internazionale suddivisi in due gruppi: quelli specializzati in gare di velocità (100-200 metri e salto in lungo) e quelli dediti a gare di resistenza (maratona e 10 mila). I due gruppi di atleti, inoltre, sono stati ulteriormente differenziati in base alla qualità delle loro prestazioni. Lo studio, poi, prevedeva un gruppo di controllo costituito da 240 individui sani non dediti ad attività di atletica.
Dalla ricerca è emerso che gli atleti delle gare di resistenza appartenenti alla fascia dei migliori presentano più frequentemente degli sprinter una variazione del gene NRF2. Anche per i maratoneti di livello più modesto la situazione è molto simile, benché le differenze con gli sprinter non siano così pronunciate come per gli atleti d’élite.
Lo studio, comunque, non stabilisce un legame causa-effetto tra la variazione del gene e la capacità di resistenza, ma un semplice legame statistico. Per scoprire esattamente il ruolo del gene NRF2 nelle prestazioni di resistenza, insomma, sarà necessario un supplemento di indagine.
Physiological Genomics - ScienceDaily
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Con le ricerche di Thomas Morgan, all’inizio del Novecento, il gene cessa di essere un’entità teorica e diventa una realtà sperimentale: localizzato sui cromosomi, ordinabile in mappe, soggetto a ricombinazione e mutazione. La pubblicazione del suo "The Theory of the Gene" (1926) ha sancito la nascita della genetica causale e quantitativa, che collega ereditarietà, evoluzione e citologia e apre la strada alla genomica e alla medicina genetica.
La genetica causale nasceva cent'anni fa, quando Thomas Hunt Morgan (1866-1945) tirava le somme di oltre venti anni di studi sperimentali su Drosophila melanogaster. Pubblicato a febbraio, The Theory of the Gene (Yale University Press, New Haven, 1926) fu uno spartiacque nella storia della biologia. “Teoria”, non il concetto del gene, che c’era già almeno come unità di trasmissione, né “che cosa è un gene?”, che non si sa nemmeno oggi.