fbpx La guerra dei buchi neri | Scienza in rete

La guerra dei buchi neri

Tempo di lettura: 3 mins

Non è un libro facile. E per fortuna: se Susskind, pur grandissimo teorico ed eccellente divulgatore, sapesse presentare la fisica (e anche un po’ la metafisica…) di un buco nero in un libro di facile lettura, verrebbe un terribile complesso di inferiorità a chi (come me, per esempio) cerca di capirla da decenni. Diciamocelo: molti di noi credono nel buco nero per fede ripetuta … cioè, a furia di sentirle dire, in certe cose uno poi crede. Se Hawking dice che l’informazione evapora insieme al buco nero e scompare come la neve dell’anno scorso, (o come il solito gatto del Cheshire, che però lascia lì il sorriso) noi ci crediamo, perbacco. Susskind no, lui è pronto a battersi: lui sostiene che la neve non evapora con l’inverno … ma, chissà, difficile decidere, almeno per noi, comuni mortali. Però alcuni concetti del libro sono nuovi e affascinanti, come il paragone tra la biblioteca di Tolomeo e quella che potrebbe essere contenuta in un egual volume di volumetti di Planck. Per fortuna che ci viene in soccorso la teoria delle stringhe: il buco nero è un gomitolo di stringhe semplicemente troppo compresso, spinto al di là di un orizzonte dal quale non si può ritornare … affascinante, se non fosse che, confesso, l’uso dell’anglismo “stringhe” stringe, anzi stride, un po’. Perché, diciamolo chiaro, dell’ennesimo errore di traduzione si tratta, anche se certo non dovuto all’eccellente traduttore di Susskind. L’italiano “stringa” rende l’inglese “shoelace”, mentre l’inglese “string” si traduce con “filo, spago” (caso mai, spaghetto). Le “strings” non hanno scarpe intorno a loro, le “stringhe” invece sì … C’è un altro anglismo nel libro che, invece, è non solo interessante ma rappresenta un arricchimento culturale per tutti noi. E’ il verbo “groccare”, direttamente dall’inglese “to grok”, inventato da Heinlein quaranta anni fa. Vuol dire più di capire, vuol dire capire così bene una cosa che tu diventi parte di essa e la cosa di te. Su Marte, per esempio, c’è poca acqua, si sa, e allora i Marziani la “groccano” non la bevono. Perché l’acqua diventa parte del Marziano così come il Marziano dell’acqua. Vabbè, ma prima di groccare i buchi neri … chissà quanti sono al mondo che pensano come un buco nero, che li groccano.

Mi sembra però un allenamento indispensabile per capire davvero Susskind. Oltre a Hawking, l’altro combattente della guerra (tutti contro tutti, naturalmente) e personaggio cardine del libro è il grandissimo fisico olandese Gerard ‘t Hooft, definito “l’ultimo grande fisico europeo, erede di Einstein e Bohr” (e scusate se è poco…). Ma anche Hawking, dopotutto, ha dato un discreto contributo alla fisica europea. Forse un po’ di sano bias USA c’è in tutto il libro, ma non guasta. Ci sono anche momenti umani tra i racconti di buchi neri nel libro di Susskind. Andava ad Aspen, all’inizio, più per pescare trote che per fare fisica, e la sua descrizione è quasi hemingwayana. Ma subito dopo, si passa alla fotocopiatrice quantistica, un altro concettino che richiede una bella ginnastica mentale. Ecco: fortemente raccomandabile, il libro, a chi non ha paura di un po’ di astrazione e di ginnastica mentale. In cambio, forse, si acquista un po’ più di cultura su come si fa (o si racconta) la fisica teorica, cantata in una nuova versione della Ma carena.


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Come non pubblicare in medicina: perché le riviste rifiutano i lavori

macchina da scrivere

Tra errori clamorosi, vizi strutturali e nuove sfide come l’intelligenza artificiale, il nuovo libro di Luca De Fiore, "Come non pubblicare in medicina" (Il Pensiero Scientifico Editore, 2026), ribalta con ironia le regole della pubblicazione scientifica per mostrarne i limiti più profondi. Non solo un manuale per evitare brutte figure , ma una riflessione su un sistema imperfetto e sempre più bisognoso di trasparenza, ma ancora necessario.

«Gentile direttore del New England Journal of Medicine…»: peccato che l’indirizzo fosse quello dell’editor di Jama. È successo mille volte, racconta Robert M. Golub: il destinatario era lui, all’epoca executive deputy editor della seconda rivista, e tutte le volte che ha letto un’intestazione così clamorosamente sbagliata ha pensato che gli autori della mail non dovessero essere campioni della cura del dettaglio. Succede. Come succede di dimenticarsi le tracce delle revisioni ancora visibili o di inciampare in sciatterie di formattazione, e anche molto peggio.