fbpx La pubblicità anti-scienza della LAV su Corriere e Stampa | Scienza in rete

La pubblicità anti scienza della LAV su Corriere e La Stampa

Tempo di lettura: 3 mins

Il 28 gennaio il Consiglio di Stato deciderà sulla sorte della sperimentazione condotta su macachi da parte delle Università di Parma e di Torino nell’ambito di un progetto (LightUp) volto a combattere alcune forme di cecità, approvato e finanziato dal prestigioso Consiglio Europeo della Ricerca (ERC). Ovviamente tutti gli aspetti etici sono stati considerati sia a livello europeo sia nazionale e la ricerca si svolge nel solco della più assoluta attenzione al benessere degli animali e al rispetto delle leggi e normative vigenti.

Ciononostante gli animalisti della LAV sono ricorsi per due volte al TAR contro la sperimentazione e tutte e due le volte hanno perso. La decisione è però stata ribaltata entrambe le volte dal Consiglio di Stato, presieduto da Franco Frattini, che a più riprese si è espresso con opinioni a favore della campagna degli animalisti anche sui social media, come viene raccontato in questi giorni sulla stampa, ponendo un serio problema di conflitto di interessi da parte di chi ha funzioni giudicanti in questa vicenda.

Oggi, alla vigilia della nuova sentenza, la LAV ha pubblicato sul Corriere della Sera e La Stampa una pubblicità a pagamento il cui slogan recita «La sperimentazione fa diventare ciechi». A giudizio del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica si tratta di un messaggio gravemente fuorviante, volto a mettere in cattiva luce e dare una immagine falsa oltre che dello studio in questione, della ricerca nel suo complesso. LightUp infatti non “acceca” gli animali ma produce una piccola area cieca in uno dei due occhi al fine di studiare i processi neurofisiologici di adattamento della visione.

Si prevede che i risultati della ricerca abbiano un impatto concreto e significativo per le persone, diverse centinaia di migliaia solo in Europa, al momento “condannate” alla cecità, per predisposizione genetica o eventi avversi durante la vita. La comunità scientifica ha più volte ribadito che non vi sono altri modi per studiare questi processi. Inoltre, il tipo e l’estensione della lesione chirurgica – condotta con le stesse modalità (anestesia, utilizzo di analgesici ecc.) applicati sull’uomo – sono così limitati che su un paziente umano non comporterebbero nemmeno il ritiro della patente di guida. (Si veda la scheda compilata dall’Università di Torino).

La verità viene invece stravolta dalla pubblicità che risulta a nostro avviso manipolatoria, tesa esclusivamente a far leva sull’emotività delle persone, per screditare l’utilità della ricerca scientifica. Senza considerare il fatto fondamentale che la ricerca biomedica non può prescindere dall’utilizzo di primati anche per mettere a punto, per esempio, i vaccini anti-Covid-19 e ignorando che la sperimentazione animale è obbligatoria per legge per la registrazione dei nuovi farmaci e delle nuove procedure mediche. Sostenere che “la sperimentazione fa diventare ciechi” è lesivo per tutti i medici e ricercatori che ogni giorno dedicano le loro risorse migliori a far avanzare le conoscenze a beneficio dei pazienti.

 

Il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica ribadisce quindi il sostegno a tale importantissima sperimentazione, si appella al Consiglio di Stato perché analizzi la questione con la dovuta oggettività, acquisendo tutte le migliori informazioni disponibili, e si rammarica che due testate di rilievo nazionale come il Corriere della Sera e La Stampa si siano prestate a pubblicare un annuncio pubblicitario di questo genere che è stato rifiutato da altre testate più attente alla correttezza delle informazioni che vengono veicolate negli spazi promozionali.

 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

Early warning sismico: un test a posteriori sull’ultimo grande terremoto in Turchia e Siria

edifici crollati nella provincia turca di Hatay

I sistemi di allerta sismica precoce puntano ad avvertire con secondi o decine di secondi di anticipo che è in arrivo un terremoto pericoloso. Si basano sul fatto che quando la crosta terrestre si frattura, si generano due tipi di onde. Le prime, longitudinali, solitamente non causano danni e viaggiano più velocemente delle seconde, trasversali che invece possono causare danni anche significativi agli edifici e quindi alle persone. I sistemi di allerta precoce processano il segnale delle prime onde e prevedono se e dove, nell’area circostante l’epicentro, è probabile che le seconde siano distruttive. Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo alla prova un approccio innovativo all’allerta precoce sfruttando i dati relativi alla prima delle due scosse che hanno colpito la regione tra Turchia e Siria a febbraio del 2023. Quella sequenza sismica ha causato quasi sessantamila morti, lasciando un milione e mezzo di persone senza casa. Nell’immagine: edifici crollati nella provincia turca di Hatay il 7 febbraio 2023. Credit: Hilmi Hacaloğlu/Voice of America.

Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo a punto un sistema per l’allerta sismica precoce e lo ha testato retrospettivamente sulla prima delle due scosse che hanno colpito la regione al confine tra Turchia e Siria il 6 febbraio del 2023. Considerando una soglia di intensità sismica (l’effetto del terremoto su persone e cose) moderata, il sistema si è dimostrato in grado di prevedere la zona da allertare con un anticipo che varia da 10 a 60 secondi allontanandosi dall’epicentro da 20 a 300 chilometri, con una percentuale molto contenuta di falsi allarmi.