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Fine del “decennium horribilis”, parola di Valeria Fedeli

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C’era una volta l’università in perenne calo di iscrizioni e di ricerca ridotta al lumicino. C’era, appunto, da oggi si cambia marcia. Questo a dar credito a quanto dichiarato dalla ministra Valeria Fedeli davanti al rettore del Politecnico di Milano e alle altre autorità schierate sul palco dell’Ateneo per l’apertura dell’anno accademico.

Qualche segnale positivo, effettivamente si registra, a partire dallo stanziamento, per il 2017, di 6,9 miliardi di euro per il fondo ordinario per le università (FFO), cinquecento milioni in più rispetto al 2015, che ha rappresentato il punto più basso del finanziamento. Per la prima volta, inoltre, lo stanziamento per il 2017 ha incluso anche 55 milioni per la no-tax area, la novità prevista dalla legge di bilancio per il 2017 che consente agli studenti con ISEE fino a 13.000 euro di essere esonerati dal pagamento delle tasse e garantisce tasse ‘calmierate’ a chi ha un ISEE fra 13.000 e 30.000 euro.

Per il 2018, la legge di stabilità del governo prevede peraltro alcuni punti chiave per università e ricerca, ottenuti - a sentire la ministra - anche grazie a un discreto pressing verso il ministro Padoan e il primo ministro Gentiloni. Fra le altre misure, è stato annunciato un piano di reclutamento di 1.600 ricercatori, con costo previsto di 90 milioni, a cui seguiranno altri 17 milioni per il conseguente consolidamento nella posizione di professore di seconda fascia.

Ci saranno poi un po’ più di risorse per le borse di dottorato (15 milioni di euro, che corrisponde a un aumento tra i 60 e i 75 euro/mese, al quale le singole università, successivamente, potranno aggiungere poste in proprio) e per le figure del comparto tecnico amministrativo e dirigenziale.

Inoltre dal 2018 (e con decorrenza 1 gennaio 2016) gli scatti triennali dei docenti universitari tornano biennali, accelerando in questo modo le carriere. Per questa voce il Fondo per il finanziamento ordinario è incrementato di 60 milioni nel 2018, 75 milioni per il 2019, 90 milioni per il 2020, 120 milioni per il 2021 e 150 milioni dall'anno 2022. Questo intervento andrebbe a favore soprattutto dei giovani docenti, anche in chiave pensionistica, che in futuro recupereranno gradualmente quanto perso in passato.

La notizia però più rilevante è senza dubbio la conferma che entro fine anno verrà emanato il bando PRIN di 400 milioni di euro: stiamo parlando di una cifra quattro volte maggiore dell’ultimo bando PRIN del 2015 e mai stanziata prima, che (quasi) ci allinea con i finanziamenti competitivi di altri paesi industriali. Il problema sarà assestarsi su questi livelli e non ripiombare nella carestia che la Fedeli stessa ha riconosciuto aver caratterizzato il mondo della ricerca e dell’università dell’ultimo decennio. “Certo queste misure sono solo una boccata d'ossigeno per nostre ricercatrici e ricercatori, e il confronto con altre realtà europee è oggettivamente impietoso, nonostante la confermata alta qualità dei nostri ricercatori” ha dichiarato. “Senza ricerca e senza giovani non possiamo farcela, è necessario investire sulla filiera del sapere per non regredire”.

Una via di possibile sviluppo della vocazione delle nostre università è stato delineato durante l’incontro da Alberto Sangiovanni Vincentelli, ex studente del Politecnico di Milano e ora in forza alla Università della California.

Cosa può insegnare l’esperienza delle grandi università americane all’Italia, così diverse dalla nostre? Prima di tutto la capacità di tenere insieme, nella prima missione dell’università, insegnamento e ricerca come un unicum. L’insegnamento senza ricerca presto si inaridisce, ma la ricerca del futuro non può essere che quella che combina ricerca fondamentale con l’attenzione a possibili applicazioni. Quella in altri termini a cui fa riferimento il cosiddetto “quadrante di Pasteur” (si veda a questo proposito l’articolo di Sandro Fuzzi su Scenzainrete)

Dalla ricerca continua “used-inspired” nasce la vera innovazione. Non quella che si misura semplicemente con il numero di start-up che nascono in un anno, ma con quelle che sopravvivono completando il loro processo diventando aziende,  o venendo assorbite da altri gruppi o entrando in borsa. E non è un caso - ha raccontato Vincentelli - che la maggior parte delle start up che superano la selezione del mercato sono quelle fondate da dottori di ricerca (47%). La consuetudine al metodo e al rigore della ricerca propria delle alte professionalità accademiche è un presupposto essenziale per generare anche risultati economici. E dove è più alto il rapporto dottorandi per docente (al MIT sono 15 a 1) più forte la propensione all’innovazione. E in questo l'Italia non docet, visto che anche il Politecnico ha un rapporto quasi 1:1 fra dottorandi e docenti, contro i 5:1 di Monaco e Berlino e i 8:1 di Losanna e Zurigo.


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