fbpx Trump contro la scienza: il declino della ricerca USA | Scienza in rete

Continua la guerra di Trump alla scienza: università, NASA ed EPA fra gli obiettivi

provette di cui una rotta

L’offensiva dell’amministrazione di Trump contro la ricerca scientifica statunitense non si arresta: tagli drastici ai finanziamenti, licenziamenti di massa e nuove restrizioni su pubblicazioni e costi accademici stanno indebolendo università e agenzie federali. Mentre il Congresso tenta di arginare i danni, il sistema della ricerca resta sotto pressione e gli Stati Uniti rischiano di perdere la leadership globale - a vantaggio della Cina.

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Il rapporto tra l’amministrazione Trump e la ricerca è tutt’altro che idilliaco. Il Presidente sa di non essere apprezzato dalla comunità scientifica e lui ricambia con la sua caratteristica attitudine a fare terra bruciata.

L’anno scorso aveva proposto un budget estremamente punitivo per tutte le agenzie federali che si occupano di ricerca, ma il Congresso ha pressoché azzerato i tagli ristabilendo lo status quo. È stata sicuramente una saggia decisione, ma che purtroppo non ha riportato indietro le lancette dell’orologio, dal momento che i vertici delle agenzie (scelti dall’amministrazione) avevano già iniziato a operare sul budget proposto dal Presidente senza aspettare la decisione del Congresso. Avevano quindi iniziato a ridurre il personale, con la tristemente famosa strage di San Valentino dei dottori di ricerca. È stato infatti a cavallo di San Valentino del 2025 che migliaia di dottori di ricerca freschi di selezione e di assunzione (ma ancora nel periodo di prova) sono stati licenziati in tronco. La moria non ha colpito solo i neo assunti: per esaudire il desiderio del Presidente di ridurre il numero degli impiegati federali, sono stati offerti scivoli ai senior per invogliarli ad andare in pensione (che nel sistema americano non ha date obbligatorie) con una buona dose di pressione psicologica se non lo avessero fatto. In parallelo, sono stati molti quelli che, non abbastanza giovani per essere licenziati né abbastanza senior per essere pensionati, hanno dato le dimissioni perché demoralizzati dalle condizioni di lavoro. Interi istituti sono rimasti senza una sede, con i ricercatori costretti a chiedere ospitalità a colleghi che avevano ancora un ufficio ma con zero possibilità di avere finanziamenti per le loro ricerche. Dopo manciate di richieste cadute nel vuoto hanno gettato la spugna. I più decimati sono stati gli scienziati del clima, ma anche quelli che studiano malattie e vaccini, quelli che si occupano di medicina di genere, tutti argomenti particolarmente invisi all’amministrazione. 

Il dietro front ordinato dal Congresso non ha però spento l’avversione di Trump per la scienza e il budget 2027, presentato  il 3 aprile, è una copia conforme di quello dello scorso anno.
 
Nessuno si salva, nemmeno la NASA che ha appena vissuto il successo di Artemis II

Esattamente come l’anno scorso, i più colpiti sono la National Science Foundation, il National Institute for Standards e la Environmental Protection Agency (EPA), che vedono il loro budget dimezzato. I primi due sono evidentemente colpevoli di fare scienza pura, mentre l'EPA mette i bastoni fra le ruota delle industrie che vengono obbligate a seguire regole per la protezione dell’ambiente.

La proposta copre anche aspetti amministrativi manageriali: vuole mettere un tetto del 15% ai costi di overhead che le università caricano sui fondi di ricerca per coprire le spese generali. Si tratta di una cifra molto inferiore al prelievo che viene fatto attualmente e questo tetto, già proposto l’anno scorso, è stato oggetto di cause in tribunali che hanno sempre dato ragione alle università. 

Ma quest’anno viene toccato un altro tasto: le spese di pubblicazione, che sono diventate le dolenti note della ricerca. Per pubblicare in open access, cioè permettendo a tutti di accedere agli articoli, gli autori devono pagare le spese di pubblicazione. La proposta vorrebbe vietare l'utilizzo di fondi federali per "abbonamenti costosi a riviste accademiche e costi di pubblicazione eccessivamente elevati, a meno che non siano richiesti da una legge federale o approvati in anticipo da un'agenzia federale". La proposta non definisce i termini "costosi" o "eccessivamente elevati" né specifica quali riviste sarebbero interessate. Afferma invece in modo generico che molte riviste "addebitano al governo sia la pubblicazione che l'accesso allo stesso studio di ricerca", aggiungendo che esistono numerose "canali a basso costo" per la pubblicazione di ricerche finanziate a livello federale. Inutile dire che è difficile fare di ogni erba un fascio; inoltre è evidente che i canali a basso costo non sono quelli ad alta visibilità e alto impatto che invece sono così importanti per la carriera degli scienziati. 

Parlando di lavori ad alto impatto, sono rimasta colpita da un inciso all’interno di un'intervista a Science di Jared Isaacman, nuovo NASA Administrator, che dice grossomodo che analizzare i dati (del cambiamento climatico) è cosa buona e giusta perché la NASA ha strumenti eccezionali, ma che non è costruttivo mettere nero su bianco i risultati ottenuti con pubblicazioni divisive. Queste le sue parole: «For NASA to assemble scientists and put out papers on politically charged issues, whether or not this is an impending climate catastrophe, is not helpful to the broader NASA mission».

Sempre Isaacman, quando alla NASA si è propagata la notizia del taglio del 24% al budget, taglio che è tutto concentrato sulle missioni scientifiche, molte delle quali dovrebbero essere chiuse, si è detto in piena sintonia con il Presidente e ha esortato i dipendenti a restare concentrati e lasciare la politica ai politici. Leggere per credere

Ora molti auspicano che i tagli vengano nuovamente annullati dal Congresso, ma sono anche tutti perfettamente consci che questo continuo antagonismo è deleterio per l’avanzamento della ricerca. Si direbbe che il Presidente che vuole sempre e comunque America first non si preoccupi affatto che gli USA stiano cedendo la loro posizione di leadership scientifica alla Cina. 

Il 31 marzo è stato pubblicato un rapporto dell’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) che esamina tutte le spese governative, industriali e militari in ricerca e sviluppo. Nel 2024, la Cina ha aumentato i finanziamenti R&D del 9,7%, quasi il triplo dell’aumento del 3,4% degli USA. Secondo l’OECD la Cina ha speso l’equivalente di 1,03 trilioni di dollari mentre gli Stati Uniti si sono fermati a quota 1,01. 

Per la cronaca, secondo l’Index del 2024 compilato da Nature utilizzando le 145 riviste più quotate del mondo in campo biomedico e delle scienze in generale, la Cina primeggia in modo eclatante rispetto agli USA.  In effetti, a fronte della crescita della Cina, Nature Index evidenzia una riduzione della percentuale degli articoli prodotti da ricercatori basati in istituzioni statunitensi. 

E si parla del 2024, anno di tranquillità, prima della guerra alla scienza del Presidente Trump.


 


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