fbpx Mummie cardiopatiche | Page 10 | Scienza in rete

Mummie cardiopatiche

Read time: 1 min

L’aterosclerosi non è solo una malattia dei nostri giorni: nonostante i diversi fattori di rischio – allora per esempio non esistevano le sigarette – anche gli antichi egizi delle classi più elevate avevano placche calcificate sulle arterie. Lo ha dimostrato Adel Allam, della facoltà di medicina Al Azhar del Cairo insieme con altri esperti americani, che hanno letto insieme a lui le immagini ottenute passando alla TC 22 mummie del Museo archeologico del Cairo, scelte in base al loro buono stato di conservazione. Segni della malattia cardiovascolare, sotto forma di calcificazioni sulle pareti delle arterie o nella sede in cui è previsto il loro decorso, erano presenti in nove mummie, quasi tutte quelle in cui la morte è avvenuta sopra i  45 anni; in un caso una lesione lla base del cuore fa ritenere che causa del decesso possa essere stato un massiccio attacco cardiaco.  «E’ vero che allora non c’era Mac Donald’s» ha commentato Samuel Wann, direttore del dipartimento di medicina cardiovascolare del Wisconsin Heart Hospital di Wauwatosa, che ha partecipato al lavoro, «ma non è detto che lo stile di vita degli egiziani che vivevano a corte fosse molto più sano del nostro. Per esempio essiccavano il pesce usando molto sale, che poteva favorire l’ipertensione».

 JAMA 2009; 302: 2091-2094

Autori: 
Sezioni: 
Archeologia

prossimo articolo

Carcere: come la crisi climatica aggrava la pena delle persone detenute

sbarre con sfumature arancione e azzurra

Per chi vive in carcere, la crisi climatica non è solo una condizione ambientale ma una pena aggiuntiva. Celle gelide d’inverno e soffocanti d’estate espongono le persone detenute a rischi fisici e psichici che la crisi climatica sta aggravando. In Italia, tra edifici obsoleti, sovraffollamento e assenza di monitoraggi sistematici, il microclima penitenziario resta un’emergenza invisibile, ai margini delle politiche di adattamento e del dibattito pubblico sui diritti e sulla salute.

Per vent’anni Michael Saavedra ha vissuto in isolamento, trasferito da un carcere all’altro. La sua storia è stata raccontata qualche anno fa su Al Jazeera dal giornalista Brian Osgood. Nel carcere statale di Pelican Bay il freddo era così penetrante che Saavedra partecipò a uno sciopero della fame per ottenere giacche e berretti. Anni dopo, nella prigione di Corcoran, il problema era l’opposto: il caldo diventò così estremo da fargli perdere conoscenza.