fbpx Il profumo della malaria | Page 5 | Scienza in rete

Il profumo della malaria

Read time: 3 mins

La parola “malaria” significa “aria cattiva”, ma un nuovo studio suggerisce che la chiave nel meccanismo di sviluppo della malattia potrebbe risiedere invece nel “buon odore” degli infetti.
Un team di ricercatori dell’EHT di Zurigo e della Pennsylvania State University ha infatti scoperto che quando dei topi vengono infettati con l’agente patogeno della malattia (Plasmodium) i roditori cambiano odore diventando più “attraenti” per le zanzare. Secondo i ricercatori, il parassita si serve di questo meccanismo per completare la propria riproduzione.
Ma per capire meglio la strategia “subdola” del plasmodio facciamo un piccolo ripasso. Quando la zanzara infetta punge l’uomo gli inocula il Plasmodio che è sotto forma di sporozoita.
Gli sporozoiti raggiungono il sangue e, in meno di un’ora, scompaiono dal sangue, rinchiudendosi attaccano gli epatociti. Nell’epatocita si realizza la fase sporogonica della riproduzione asessuata del Plasmodio. Negli epatociti, infatti, gli sporozoiti si trasformano in schizonti; da ciascuno schizonte si liberano migliaia di merozoiti, che fuoriescono dal fegato per infettare i globuli rossi del sangue; una parte dei merozoiti ritorna nel fegato.
A questo punto si ha l’emolisi e l’attacco febbrile. I merozoiti infettano altri globuli rossi e il ciclo emolitico e febbrile si ripete in 3 o 4 giorni. Alcuni merozoiti danno origine a forme sessuate dette microgameti e macrogameti. A questo punto del ciclo interviene la zanzara, che succhia il sangue infetto.
Dopo una serie di ulteriori trasformazioni, si forma lo zigote, che si trasforma in oocisti e si incista nella parete dell’intestino della zanzara. Dall’oocisti si formano migliaia di sporozoiti, che si liberano e raggiungono le ghiandole salivari della zanzara, pronti ad essere inoculati nell’uomo e ricominciare un nuovo ciclo. Il Plasmodio ha quindi bisogno nell’ultima tappa del ciclo riproduttivo di un’altra zanzara.

Nel loro studio pubblicato su Pnas, gli scienziati hanno scoperto che il patogeno attira le zanzare manipolando l’odore dell’ospite. Non innesca però l’espressione di nuovi composti ma altera i livelli di quelli già esistenti che sono però una calamita per la zanzara. Una mossa alquanto astuta, “sembra che ci sia un aumento dei composti che attraggono le zanzare”, spiega Mark Mescher dell’EHT.
Altro aspetto interessante sta nel fatto che il cambio dell’odore nell’ospite avviene solo in precisi stadi della malattia. Di solito nella fase asintomatica che coincide proprio con il punto cruciale del ciclo riproduttivo del Plasmodio. Il profilo olfattivo diventa particolarmente irresistibile per le zanzare 10-20 giorni dopo l'infezione, quando le cellule riproduttive del plasmodio (i gametociti) sono presenti alla massima concentrazione nel sangue del topo. 
“C'è ancora una lunga strada da percorrere. Nei topi abbiamo un ambiente molto controllato. Nell'uomo ci sono così tanti diversi fattori in gioco”, spiegano i ricercatori.
L’équipe guidata da Mescher valuterà questa ipotesi attraverso una ricerca supplementare in Africa coinvolgendo l’uomo. Oltre capire meglio la malattia, i ricercatori sperano che i risultati prodotti possano essere utilizzati anche per sviluppare nuove procedure diagnostiche non invasive in grado di agevolare efficacemente lo screening delle popolazioni per le infezioni di malaria, in particolare, per identificare gli individui che non presentono ancora i sintomi della malattia. 

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 

prossimo articolo

Un batterio che sopravvive all'impatto su Marte può viaggiare nello spazio?

Un nuovo studio della Johns Hopkins mostra che il batterio Deinococcus radiodurans sopravvive a pressioni paragonabili a quelle di un'espulsione di corpi rocciosi dalla superficie marziana. Questo risultato può avere implicazioni per le politiche di protezione planetaria, ma rappresenta solo una tappa verso la comprensione di se e come la vita microbica potrebbe sopravvivere a un viaggio interplanetario.

Nell'immagine di copertina: elaborazione della fotografia al microscopio elettronico di di D. radiodurans (da Wikimedia Commons, pubblico dominio)

Gli impatti di corpi celesti come asteroidi o comete evocano l’idea di forze dalla potenza capace di modellare superfici di pianeti o provocare estinzioni di specie. Collegarli alla vita può essere meno intuitivo, eppure questi eventi possono generare ambienti potenzialmente abitabili nei crateri che lasciano, o trasportare molecole organiche da un corpo celeste all’altro. Chiedersi se la vita stessa possa sopravvivere a un impatto è un passo ulteriore, con conseguenze dirette per le politiche di protezione planetaria che regolano le attività umane nello spazio.