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Quegli sporchi biocarburanti

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Non c'è dubbio che l'impiego di carburanti di origine vegetale faccia diminuire la richiesta dei prodotti petroliferi, ma c'è il rischio concreto che questo vantaggio possa trasformarsi in un pesante costo ambientale.

Ne sanno qualcosa gli abitanti delle regioni che si affacciano sul Golfo del Messico. Dal 1971 è nota l'esistenza nel Golfo di una "zona morta", così chiamata perchè l'estrema povertà di ossigeno di quelle acque impedisce di fatto ogni forma di vita. Attualmente si estende per quasi 15 mila chilometri quadrati e recenti ricerche effettuate dal team di Michael Griffin (Carnegie Mellon University - Pittsburgh) indicano come alla sua origine contribuiscano in maniera determinante le coltivazioni intensive destinate ai biocarburanti.

Sotto accusa i fertilizzanti che, trasportati nelle acque del Golfo, innescano una incredibile proliferazione primaverile ed estiva di alghe. Queste vengono poi divorate dai batteri, ma tale banchetto si traduce in un drastico impoverimento dell'ossigeno dissolto nell'acqua. Il risultato finale è che a farne le spese sono pesci, gamberetti, granchi e altri esseri viventi marini.

Il governo statunitense sta cercando di correre ai ripari (suggerendo per esempio di privilegiare particolari coltivazioni) per ridurre la zona morta a un terzo della sua estensione attuale, ma - stando alle proiezioni di Griffin - tali sforzi potrebbero servire a ben poco richiedendo dunque soluzioni più radicali.

Fonti: ScienceNOW

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vista del sito sperimentale del progetto BRIDGE|50 nei pressi del quartiere di Mirafiori a Torino

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.

Nell'immagine le operazioni di demolizione del viadotto di Corso Grosseto a Torino. Credit: Mattia Anghileri/BRIDGE|50.

Il 14 agosto 2018 la pila 9 del Viadotto del Polcevera a Genova, anche noto come Ponte Morandi, cedette portando con sé un tratto di 250 metri di ponte e la vita di 43 persone. Le pile sono gli elementi verticali che sostengono l’impalcato di un ponte, la striscia orizzontale dove transitano i veicoli. Le cause del crollo del Ponte Morandi, tuttora oggetto di accertamento, sono state ricercate anche nella corrosione dei cavi metallici degli stralli in calcestruzzo armato collegati alla sommità della pila 9.