fbpx Quegli sporchi biocarburanti | Scienza in rete

Quegli sporchi biocarburanti

Primary tabs

Read time: 1 min

Non c'è dubbio che l'impiego di carburanti di origine vegetale faccia diminuire la richiesta dei prodotti petroliferi, ma c'è il rischio concreto che questo vantaggio possa trasformarsi in un pesante costo ambientale.

Ne sanno qualcosa gli abitanti delle regioni che si affacciano sul Golfo del Messico. Dal 1971 è nota l'esistenza nel Golfo di una "zona morta", così chiamata perchè l'estrema povertà di ossigeno di quelle acque impedisce di fatto ogni forma di vita. Attualmente si estende per quasi 15 mila chilometri quadrati e recenti ricerche effettuate dal team di Michael Griffin (Carnegie Mellon University - Pittsburgh) indicano come alla sua origine contribuiscano in maniera determinante le coltivazioni intensive destinate ai biocarburanti.

Sotto accusa i fertilizzanti che, trasportati nelle acque del Golfo, innescano una incredibile proliferazione primaverile ed estiva di alghe. Queste vengono poi divorate dai batteri, ma tale banchetto si traduce in un drastico impoverimento dell'ossigeno dissolto nell'acqua. Il risultato finale è che a farne le spese sono pesci, gamberetti, granchi e altri esseri viventi marini.

Il governo statunitense sta cercando di correre ai ripari (suggerendo per esempio di privilegiare particolari coltivazioni) per ridurre la zona morta a un terzo della sua estensione attuale, ma - stando alle proiezioni di Griffin - tali sforzi potrebbero servire a ben poco richiedendo dunque soluzioni più radicali.

Fonti: ScienceNOW

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Ambiente

prossimo articolo

Early warning sismico: un test a posteriori sull’ultimo grande terremoto in Turchia e Siria

edifici crollati nella provincia turca di Hatay

I sistemi di allerta sismica precoce puntano ad avvertire con secondi o decine di secondi di anticipo che è in arrivo un terremoto pericoloso. Si basano sul fatto che quando la crosta terrestre si frattura, si generano due tipi di onde. Le prime, longitudinali, solitamente non causano danni e viaggiano più velocemente delle seconde, trasversali che invece possono causare danni anche significativi agli edifici e quindi alle persone. I sistemi di allerta precoce processano il segnale delle prime onde e prevedono se e dove, nell’area circostante l’epicentro, è probabile che le seconde siano distruttive. Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo alla prova un approccio innovativo all’allerta precoce sfruttando i dati relativi alla prima delle due scosse che hanno colpito la regione tra Turchia e Siria a febbraio del 2023. Quella sequenza sismica ha causato quasi sessantamila morti, lasciando un milione e mezzo di persone senza casa. Nell’immagine: edifici crollati nella provincia turca di Hatay il 7 febbraio 2023. Credit: Hilmi Hacaloğlu/Voice of America.

Un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II ha messo a punto un sistema per l’allerta sismica precoce e lo ha testato retrospettivamente sulla prima delle due scosse che hanno colpito la regione al confine tra Turchia e Siria il 6 febbraio del 2023. Considerando una soglia di intensità sismica (l’effetto del terremoto su persone e cose) moderata, il sistema si è dimostrato in grado di prevedere la zona da allertare con un anticipo che varia da 10 a 60 secondi allontanandosi dall’epicentro da 20 a 300 chilometri, con una percentuale molto contenuta di falsi allarmi.