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La società risponde. Poco.

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Il modo in cui la società risponde al cambiamento climatico sarà determinante per limitare i danni. Queste le conclusioni di un gruppo di ricercatori dell’Environmental Centre dell’Università di Lancaster, pubblicate a luglio su Nature Climate Change. Andy Jarvis, David Leedal e Nick Hewitt hanno proposto un modo di interpretare le reazioni della società al cambiamento climatico mettendo in relazione le azioni a livello aggregato (consumo di energia globale e emissioni di CO2) con la variazione della temperatura.

I modelli usati nella ricerca mostrano che l’attuale risposta della società all’aumento della temperatura media corrisponde all’accettazione, consapevole o meno, di uno scenario climatico che porta ad un riscaldamento di circa 6°. Un dato che evidenzia l’inadeguatezza degli sforzi passati e presenti. Nonostante l’uso crescente di energia da fonti rinnovabili dimostri una maggiore reattività negli ultimi anni, gli scienziati hanno calcolato che la società dovrebbe diventare 50 volte più ricettiva di quanto lo sia stata dal 1990 per evitare o contenere i rischi della concentrazione di gas serra nell’atmosfera.

La risposta della società al cambiamento climatico, sottolineano i ricercatori inglesi, dipende sia dalle decisioni adottate a livello internazionale sia dalle possibilità dell’opinione pubblica di avere informazioni aggiornate sull’evoluzione del clima.

“Se non vengono gestiti, i danni spingeranno la società a reagire, in misura maggiore o minore di quanto avvenuto finora”, conclude Nick Hewitt nel report. “Questo potrà amplificare la crescita delle emissioni di gas serra nello sforzo di riparare ai danni stessi, o smorzarla a causa della perdita di performance economica. Entrambe le possibilità sono imprevedibili e potenzialmente rischiose.”

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