fbpx Quando l'olimpiade conviene | Scienza in rete

Quando l'olimpiade conviene

Primary tabs

Read time: 2 mins

Ospitare le Olimpiadi conviene oppure no? La risposta più onesta che si può dare, in questo momento, è “dipende”. Se per alcuni l'impresa non vale la spesa – soprattutto in un periodo di grave crisi – c'è anche chi ha provato ad analizzare l'organizzazione di questi mega-eventi da un punto di vista economico, per capire cosa distingue una Olimpiade ben riuscita da una destinata al fallimento. Proprio questo è lo scopo di un recente studio di Ferran Brunet, professore di economia applicata all'Università autonoma di Barcellona, in cui l'autore ha confrontato il caso di Barcellona '92 – ritenuto vincente – con altri eventi olimpici, da Tokyo '64 in avanti.

Secondo Brunet la parola chiave per il successo è semplice: investimenti, investimenti e ancora investimenti. Una gestione ottimale dei giochi, si legge, “riduce al minimo i costi di organizzazione” perché essi “scompaiono dopo l'evento” e non portano benefici nel medio o lungo periodo. Ricopre invece un ruolo fondamentale la capacità di attirare capitali privati (sia nazionali che esteri), integrandoli con i finanziamenti pubblici.

L'Olimpiade spagnola, ricorda il professore, è costata 12,376 miliardi in dollari del 2000. Di questi, il 40% erano pubblici, il 16% sono arrivati dal comitato olimpico e il rimanente da investitori privati (sia nazionali che esteri). Soltanto una piccola parte di essi è stata spesa per l'organizzazione, mentre gli investimenti hanno ammontato a 10,5 miliardi – più dell'85% del totale. Ma investimenti dove, in particolare? Soprattutto immobili, infrastrutture, vie di comunicazione: è in questo modo che è nato buona parte del sistema stradale che i cittadini di Barcellona (e non solo) utilizzano ancora oggi. Una quota ancora inferiore di essi (il 9,1%) è stata invece destinata agli impianti sportivi.

I vantaggi di un approccio di questo tipo, ricorda lo studio, sono diversi: innanzi tutto la creazione di un numero rilevante di posti di lavoro: circa 20000 soltanto fra quelli a tempo indeterminato. I benefici, inoltre, non si sono esauriti al termine dei giochi, ma anzi hanno creato una sorta di “reazione a catena” positiva che è durata almeno fino al 2004, stimolando l'economia dell'intera regione. Fra i casi positivi citati anche Beijing '08: un altro evento in cui gli investimenti sono arrivati copiosi.

Questo però non significa affatto che l'Olimpiade sia un impegno da prendere a cuor leggero, o una fonte sicura di guadagno – senza nessun rischio. Brunet sottolinea anche la necessità di una adeguata pianificazione, e anzi indica diversi esempi negativi: Montreal '76, incapace di generare un equilibrio finanziario positivo, oppure Atlanta 2000, in cui gli investimenti non hanno provocato mutamenti significativi nel tessuto urbano coinvolto. Atene '04 è forse è il caso più clamoroso: vi è addirittura chi attribuisce a tale evento – anche se non è chiaro in che misura – alcune delle difficoltà economiche che hanno colpito con tanta gravità il paese ellenico.

Autori: 
Sezioni: 
Dossier: 
Londra 2012

prossimo articolo

Una mappa per navigare nel dibattito sulla crisi del SSN

Disegno di ingranaggi su sfondo di ospedale

Ragionare sulle criticità del nostro sistema di salute ignorandone la complessità e mettendo l’accento solo su un singolo fattore non è di nessun aiuto. Serve uno schema metodologico che metta in relazione almeno tre dimensioni: la “struttura”, il “processo” e gli “esiti”. E, poi, serve la volontà politica.

La crisi del nostro Servizio sanitario nazionale si accompagna a un intenso e incessante dibattito che si traduce ogni tanto in qualche autorevole appello, quali per esempio quelli degli “scienziati”, delle “associazioni” e degli “