fbpx Più efficienza per i maratoneti | Page 13 | Scienza in rete

Più efficienza per i maratoneti

Primary tabs

Read time: 2 mins

Pubblicato un rigoroso modello matematico che permette ai maratoneti di calcolare il fabbisogno energetico e il passo che ciascuno può sostenere senza correre il rischio di andare in crisi.
Gli americani parlano di “hitting the wall” (traducibile come “sbattere contro il muro”), immagine molto eloquente per indicare ciò che sperimenta un maratoneta che non ha saputo dosare in modo opportuno il suo passo e l'apporto energetico prima e durante la gara. 

L'organismo non riesce più a reggere la fatica e le gambe proprio non ne vogliono sapere di rispondere al comando di correre. La causa è l'esaurimento delle scorte di carboidrati e la necessità dell'organismo di accedere al deposito di grasso, scelta infelice che non solo porta una riduzione del passo di gara di circa il 30%, ma – a causa delle reazioni metaboliche che producono sempre più chetoni – aumenta incredibilmente la stanchezza e il dolore muscolare.

Le statistiche dicono che interessa oltre il 40% dei maratoneti non professionisti.
Benjamin Rapoport, ricercatore del MIT (Division of Healt Sciences and Technology) e discreto maratoneta, ha pensato di affrontare matematicamente il problema. Il suo modello, pubblicato su PLoS Computational Biology, individua due fondamentali elementi fisiologici dai quali dipendono le prestazioni dei corridori su lunghe distanze: la capacità aerobica e la capacità dei muscoli delle gambe di immagazzinare carboidrati sotto forma di glicogeno (polimero del glucosio). La valutazione dei due parametri porta a determinare il passo di gara ottimale e il consumo energetico corrispondente.

Il modello, inoltre, permette al maratoneta di calcolare quanti carboidrati dovrà assumere durante la corsa nel caso intenda aumentare il suo passo di gara. L'obiettivo, ovviamente, è quello di scongiurare il rischio di “sbattere contro il muro”.

Harvard University

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Fisiologia

prossimo articolo

Cosa sappiamo sul crollo del Ponte Morandi, dopo la sentenza di I grado

Si è concluso ieri il processo di primo grado per accertare le responsabilità per il crollo del viadotto Polcevera il 14 agosto 2018. I giudici hanno condannato i vertici di Autostrade per l’Italia, società che gestiva l’opera, e della sua controllata incaricata della manutenzione, oltre che un funzionario del Ministero dei Trasporti. La condanna sembra quindi confermare la tesi dell’accusa secondo cui a causare il disastro fu la mancata manutenzione dell’opera e in particolare dei cavi in calcestruzzo armato che ancoravano il ponte al pilone numero 9. Le armature in acciaio di quei cavi erano gravemente corrose, come già nel 1992 era stato constatato decidendo di intervenire sul pilone numero 11. Una nuova indagine del 2015 confermava lo stato di degrado. Un progetto di risanamento dell’intero ponte era stato concluso nel 2017 e approvato nel 2018, pochi mesi prima del crollo. Nell'immagine di copertina il Ponte Morandi dopo il crollo. Fonte: Alessio Sbarbaro/Wikipedia (CC BY-SA 4.0).

 

Giovedì 16 luglio, la procura di Genova ha pubblicato la sentenza del processo di primo grado per il crollo del viadotto Polcevera, anche noto come “Ponte Morandi”, un ponte strallato in calcestruzzo armato precompresso inaugurato nel 1967, lungo 1182 metri, che collegava Genova a Savona scavalcano il torrente Polcevera e alcuni quartieri di Genova situati nella valle.