fbpx Patate dolci e CO2 | Scienza in rete

Patate dolci e CO2

Primary tabs

Read time: 1 min

Un team di ricercatori dell'Università delle Hawaii ha dimostrato che coltivando le patate dolci in un ambiente con elevati livelli di anidride carbonica i tuberi hanno dimensioni più grandi del normale.
Nell'esperimento, i cui risultati verranno presentati nel corso del Meeting dell'American Geophysical Union a San Francisco, Hope Jahren e collaboratori hanno coltivato un totale di 64 piante di patate dolci (Ipomoea batatas) in ambienti caratterizzati da quattro differenti livelli di CO2. In uno era riprodotto l'attuale livello di 390 parti per milione, mentre negli altri erano state riprodotte condizioni ambientali con 760 ppm, 1140 ppm e 1520 ppm di anidride carbonica.
Lo sviluppo delle piantine e le condizioni ambientali sono state attentamente controllate per tutti i tre mesi di durata dell'esperimento e al momento della raccolta il team ha rilevato uno stretto legame tra le dimensioni finali dei tuberi e il livello di CO2. In particolare, i tuberi coltivati in un ambiente con 760 ppm di anidride carbonica sono risultati più grandi del 96%.
Ancora tutto da verificare, però, il contenuto nutrizionale dei tuberi sviluppatisi maggiormente grazie all'anidride carbonica. Analoghe ricerche effettuate su riso, frumento e soia, infatti, avevano indicato un calo del contenuto proteico di circa il 15%.

New Scientist

Autori: 
Sezioni: 
Canali: 
Agronomia

prossimo articolo

Capire se sappiamo prevedere i terremoti è difficile

grafico onde

Prevedere la data e il luogo esatti in cui si verificherà un terremoto è impossibile. Tuttavia, si possono formulare delle previsioni probabilistiche nel breve termine, sfruttando il fatto che i terremoti tendono a concentrarsi nel tempo e nello spazio. Da una decina di anni alcuni paesi del mondo hanno lavorato a queste previsioni, cercando di formularle in modo che fossero utili per le autorità di protezione civile e di gestione delle emergenze. Tra questi paesi c’è l’Italia, che ha cominciato a lavorarci sul serio dopo il terremoto avvenuto a L’Aquila il 6 aprile del 2009. Ma come si fa a capire quando un modello produce buone previsioni? La domanda è tutt’altro che semplice. Provano a rispondere due sismologi e due statistici in uno studio pubblicato su Seismological Research Letters.

Immagine rielaborata da https://doi.org/10.1029/2023RG000823. (CC BY 4.0)

L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo ad aver sviluppato un sistema per la previsione probabilistica dei terremoti. Si chiama Operational Earthquake Forecasting-Italy (OEF-Italy) e viene gestito dal Centro di Pericolosità Sismica dell’Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia (INGV).