L’aspettativa media di vita di una persona a cui viene diagnosticata l’AIDS oggi è aumentata in media di 15 anni rispetto a chi si ammalò nel 1996. L’effetto è più marcato nelle donne, che possono sperare di sopravvivere ben dieci anni più dei compagni ed è tanto più evidente quanto precoce e rigorosa è stata la terapia antivirale: «Chi l’ha iniziata quando la conta dei CD4 era ancora superiore alle 200 cellule per mm3 può sperare di sopravvivere più di 50 anni, solo poco meno di chi non ha contratto l’HIV» spiega Margaret May dell’Università di Bristol che ha coordinato la ricerca basandosi sullo studio UK Collaborative HIV Cohort (UK CHIC), che raccoglie dati sui sieropositivi che dal 1996 frequentano alcuni dei più importanti centri di riferimento per l’AIDS in Gran Bretagna. La ricerca ha interessato più di 17.600 pazienti dai 20 anni in su, circa il 7 per cento dei quali è deceduto nel corso dello studio. Una diagnosi sempre più precoce e una maggiore adesione alle linee guida permetterà di ridurre ulteriormente questa percentuale.
Oggi si vive 15 anni di più
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La quotidianità dell’endometriosi

Per anni è stato liquidato tutto come “normale”: il dolore mestruale, la stanchezza, il disagio. Ma per chi vive con l’endometriosi, quella normalità è una gabbia fatta di sintomi ignorati e diagnosi che arrivano troppo tardi. Tra invalidazione medica, auto-diagnosi e percorsi a ostacoli, le testimonianze raccolte raccontano una realtà ancora poco ascoltata — ma che oggi, finalmente, inizia a emergere.
In copertina: illustrazione di Chiara Simeone (@xenophilius)
Abbiamo sentito parlare di endometriosi. Ma abbiamo mai ascoltato davvero?
«Crampi così forti da non andare a scuola, spossatezza cronica, trascinavo il mio corpo da un luogo all’altro, annebbiamento mentale, rapporti sessuali dolorosi, eppure tutti intorno a me dicevano che in realtà stavo bene». È così che C., 24 anni, racconta la sua esperienza con l’endometriosi prima della diagnosi. «Se i medici ti dicono che non hai nulla, inizi a pensarlo anche tu: prima della diagnosi, non ho mai pensato che quei sintomi fossero ‘anormali’».