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Nuovi studi per allungare la vita

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I meccanismi alla base del processo di invecchiamento sono stati al centro di studi di ricerca per decenni. Capire quale sia la differenza a livello molecolare tra un neonato e un centenario, quali sono le caratteristiche della longevità e se è possibile invertire il processo di invecchiamento, hanno rappresentato finora questioni chiave in biologia, fisiologia e medicina.

Un progetto di ricerca internazionale, guidato da Manel Esteller - direttore del programma di Epigenetica e biologia del Cancro al Bellvitge Biomedical Research Center Insitute (IDIBELL), docente di Genetica all’Università di Barcellona e ricercatore all’ICREA - ha recentemente fornito nuovi indizi e evidenze importanti in questo settore. Secondo lo studio, è possibile individuare nell’epigenoma le differenze tra soggetti giovani e anziani. In particolare, è nel degrado dei marcatori epigenetici – i segnali chimici che regolano le funzioni delle cellule umane – che viene individuata la chiave dell’invecchiamento.

Lo studio, pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha preso in esame epigenomi di cellule di neonati, di individui di mezza età e di una persona di 103 anni, sequenziandoli a fondo. I risultati hanno mostrato che il centenario presenta un’epigenoma distorto, subendo lo ‘spegnimento’ di alcuni geni protettivi. Le variazioni dell’epigenoma dipendono quindi dall’eta di una persona, anche per lo stesso tessuto o organo.

“Estendendo i risultati ad un gruppo più largo degli stessi campi, abbiamo stabilito che questo è un processo in divenire, che provoca per ogni giorno di vita in più l’attorcigliamento dell’epigenoma” – ha spiegato il ricercatore. Esteller ha inoltre notato che “Le lesioni epigenetiche, a differenza di quelle genetiche, sono reversibili e modificando i patterns della metilazione del DNA, con variazioni nell’alimentazione o l’uso di medicinali, si potrebbe portare ad un aumento del tempo di vita”

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Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza

Gaza a febbraio 2025

Parlare di ambiente mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria può sembrare inappropriato. Eppure la distruzione ecologica è parte integrante della violenza, perché acqua, suolo e aria contaminati e compromessi prolungano nel tempo i danni alla salute e alla vita delle comunità. Il concetto di ecocidio offre una chiave per comprendere la portata strutturale del disastro e le responsabilità che ne derivano. E anche per questo la comunità scientifica è chiamata a documentare e denunciare ciò che accade.
 

In copertina: Gaza City a febbraio 2025. Crediti: Jaber Jehad Badwan/Wikimedia Commons. Licenza: CC BY-SA 4.0

Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali.