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Nuovi studi per allungare la vita

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I meccanismi alla base del processo di invecchiamento sono stati al centro di studi di ricerca per decenni. Capire quale sia la differenza a livello molecolare tra un neonato e un centenario, quali sono le caratteristiche della longevità e se è possibile invertire il processo di invecchiamento, hanno rappresentato finora questioni chiave in biologia, fisiologia e medicina.

Un progetto di ricerca internazionale, guidato da Manel Esteller - direttore del programma di Epigenetica e biologia del Cancro al Bellvitge Biomedical Research Center Insitute (IDIBELL), docente di Genetica all’Università di Barcellona e ricercatore all’ICREA - ha recentemente fornito nuovi indizi e evidenze importanti in questo settore. Secondo lo studio, è possibile individuare nell’epigenoma le differenze tra soggetti giovani e anziani. In particolare, è nel degrado dei marcatori epigenetici – i segnali chimici che regolano le funzioni delle cellule umane – che viene individuata la chiave dell’invecchiamento.

Lo studio, pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) ha preso in esame epigenomi di cellule di neonati, di individui di mezza età e di una persona di 103 anni, sequenziandoli a fondo. I risultati hanno mostrato che il centenario presenta un’epigenoma distorto, subendo lo ‘spegnimento’ di alcuni geni protettivi. Le variazioni dell’epigenoma dipendono quindi dall’eta di una persona, anche per lo stesso tessuto o organo.

“Estendendo i risultati ad un gruppo più largo degli stessi campi, abbiamo stabilito che questo è un processo in divenire, che provoca per ogni giorno di vita in più l’attorcigliamento dell’epigenoma” – ha spiegato il ricercatore. Esteller ha inoltre notato che “Le lesioni epigenetiche, a differenza di quelle genetiche, sono reversibili e modificando i patterns della metilazione del DNA, con variazioni nell’alimentazione o l’uso di medicinali, si potrebbe portare ad un aumento del tempo di vita”

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strada con grossa crepa dovuta a terremoto in california

In alcune sequenze sismiche si osserva una correlazione tra le magnitudo di scosse successive, facendo sperare di poter migliorare i modelli per la previsione probabilistica dei terremoti. Tuttavia, secondo un gruppo di ricercatori dell’Università di Napoli Federico II, quando i dati indicano la presenza di una correlazione è solo perché le scosse più piccole sfuggono alle registrazioni.

Nell’immagine una strada di Fort Irwin, California, il 5 luglio 2019, dopo che tre scosse di magnitudo tra 6,4, 5,4 e 7,1 partirono dalla città di Ridgecrest, cento chilometri più a nord. Credit: Janell Ford/DVIDS.

I sismologi si chiedono da sempre se un terremoto grande preannunci l’arrivo di un terremoto ugualmente grande o più grande. Si interrogano cioè sull’esistenza di una correlazione tra la magnitudo delle scosse registrate durante una sequenza sismica. Secondo un gruppo di sismologi dell’Università di Napoli Federico II, se questa correlazione c’è è dovuta solo al fatto che non sappiamo rilevare tutti i terremoti piccoli durante le sequenze. Tenendo conto dei terremoti mancanti, la correlazione scompare, e con lei la possibilità di trovare eventi precursori di grandi terremoti.