fbpx Misurare il cosmo coi buchi neri | Page 7 | Scienza in rete

Misurare il cosmo coi buchi neri

Primary tabs

Read time: 2 mins

Grazie agli studi di un team di astronomi del Dark Cosmology Center dell'Università di Copenhagen potremo finalmente riuscire a utilizzare i quasar quale metro campione per misurare in modo affidabile le distanze cosmiche e spingerci ben oltre gli attuali limiti.

Poter disporre di indicatori affidabili per misurare le distanze in astronomia – le cosiddette candele campione – è stato da sempre un nodo cruciale per gli astronomi. Conoscere la distanza di un oggetto costituisce infatti un dato irrinunciabile per la corretta valutazione delle sue caratteristiche fisiche. Per valutare le distanze maggiori gli astronomi oggi utilizzano la luminosità di alcune stelle giganti davvero speciali – le Cefeidi – e un tipo particolare di esplosioni stellari, le supernovae di Tipo Ia. Grazie a questi indicatori riescono a spingersi fino a quando l'universo aveva solamente quattro miliardi di anni.

Darach Watson (Dark Cosmology Centre – Niels Bohr Institute) e i suoi collaboratori hanno però scoperto che è possibile utilizzare come candele campione i quasar, i luminosi nuclei attivi di galassie remote che nel loro cuore ospitano giganteschi buchi neri. L'affidabilità del metodo dipende dal fatto che esiste uno stretto legame tra le dimensioni e la luminosità di questi mostri cosmici. Dato che una innovativa tecnica chiamata reverberation mapping è in grado di fornire precise indicazioni sulle dimensioni della regione attiva, grazie a quel legame possiamo risalire alla luminosità e da questa dedurre la distanza alla quale si trova il quasar.
Lo studio è di prossima pubblicazione su The Astrophysical Journal.

Una volta raffinato e calibrato con gli attuali metodi, l'impiego dei quasar come candele campione riuscirà a spingere le misure cosmologiche fino all'epoca in cui l'universo aveva solamente un miliardo e mezzo di anni.

Dark Cosmology Center - Research paper

Autori: 
Sezioni: 
Cosmologia

prossimo articolo

TEA, biologico, naturale: le ambiguità del dibattito

immagine di laboratorio contrapposta a immagine di campo coltivato

L’idea che “naturale” significhi automaticamente migliore, più sano o più etico domina ancora il dibattito pubblico sull’agricoltura. Ma le Tecnologie di Evoluzione Assistita (TEA) mettono in crisi questa narrazione: non imitano la natura, la rendono più controllabile. A partire dal libro "La speranza verde” di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, Gilberto Corbellini smonta i miti sul biologico, analizza le critiche alle biotecnologie agrarie e mostra come, tra marketing, ideologia e paura degli OGM, la discussione scientifica risulti spesso sostituita da slogan emotivi.

Una delle affermazioni che, in prima battuta, stupisce studenti e studentesse è che l'evento più innaturale nella storia della nostra specie è stato l'invenzione dell'agricoltura. Per cui parlare di agricoltura o alimenti “naturali” non ha senso. E il termine “biologico”, usato per l'agricoltura, non ha una base scientifica; indica solo l'adesione a un insieme di pratiche più o meno definite su base normativa. Nel senso letterale del termine, qualunque agricoltura e qualunque cibo sono biologici.