fbpx Lo scherzetto di BaBar | Scienza in rete

Lo scherzetto di BaBar

Primary tabs

Read time: 2 mins

L'analisi dei dati raccolti dall'esperimento BaBar mostrerebbe una possibile sbavatura nel modello standard: un particolare tipo di decadimento di una particella si verificherebbe più spesso di quanto previsto dalla teoria.

BaBar è una tra le più importanti collaborazioni internazionali che si occupano di fisica delle particelle (coinvolge circa 500 fisici teorici) e il suo nome, che chiama in causa l'elefantino caro ai bambini, deriva dal nome del mesone B e di quello della sua antiparticella (detta in gergo B-bar). L'esperimento, situato presso lo SLAC National Accelerator Laboratory e coordinato dalla Stanford University, ha raccolto i dati di collisioni ad alta energia tra particelle subatomiche dal 1999 al 2008 e l'analisi dei dati continua tuttora.

L'ultimo risultato in ordine di tempo è quello presentato alla conferenza internazionale di fisica teorica tenutasi a Hefei, in Cina, e proposto per la pubblicazione su Physical Review Letters. Da questa analisi emergerebbe che un particolare tipo di decadimento del mesone B-bar in un mesone D, un antineutrino e un leptone tau (in gergo: B to D-star-tau-nu decay) avverrebbe con più frequenza di quanto previsto dal modello standard.

Benché i dati che fanno da base allo studio siano molto più sensibili di quelli utilizzati in precedenti studi sullo stesso decadimento, non sono ritenuti ancora sufficienti per annunciare una falla nel modello standard. Secondo i ricercatori, bastano comunque a sottolineare che non tutto fila liscio in quel modello. “Se tale eccesso venisse confermato – ha sottolineato Abner Soffer (Tel Aviv University), coordinatore di BaBar – sarà davvero eccitante immaginare cosa ne potrà derivare.

Per approfondimenti: STFC - SLAC - Research paper (arXiv)

Autori: 
Sezioni: 
Indice: 
Fisica

prossimo articolo

Ominini arcaici, alla ricerca dell'antenato comune

i resti di ominini ritrovati in Marocco

Nuovi fossili scoperti in Marocco e datati a circa 773mila anni fa potrebbero avvicinarci all’identità dell’ultimo antenato comune di Homo sapiens, Neanderthal e Denisova, rimasto finora sconosciuto. I resti, rinvenuti nei pressi di Casablanca e analizzati da un team internazionale di ricercatrici e ricercatori, mostrano una combinazione di caratteristiche arcaiche e moderne che apre nuovi scenari sulle origini della nostra specie.

Nell'immagine di copertina: i resti rinvenuti in Marocco. Crediti: Hublin JJ, Lefèvre D, Perini S et al. Early hominins from Morocco basal to the Homo sapiens lineage. Nature (2026). https://doi.org/10.1038/s41586-025-09914-y. Licenza: CC BY 4.0

Alcuni nuovi fossili di ominini scoperti di recente in Marocco aggiungono un nuovo tassello alla ricostruzione delle origini della nostra specie. Un team internazionale ha infatti analizzato resti datati 773mila anni fa provenienti dalla Grotte à Hominidés, nei pressi di Casablanca, scoprendo che presentano un mosaico di caratteristiche primitive e derivate che potrebbero porli alla base della linea evolutiva di sapiens, Neanderthal e Denisova.