La datazione di punte di lancia in pietra scoperte in un sito in Sudafrica sposta all'indietro di 200 mila anni il momento in cui i nostri lontani antenati iniziarono a sviluppare tale sistema di caccia.
L'idea corrente, basata sui ritrovamenti di utensili preistorici, era quella che l'uomo preistorico avesse iniziato a potenziare i suoi strumenti di caccia circa 300 mila anni fa. Risale a quel periodo, infatti, una diffusa presenza negli insediamenti preistorici di punte di lancia ricavate dalla lavorazione della selce, un sistema per rendere i rudimentali bastoni appuntiti fino ad allora utilizzati nelle battute di caccia di gran lunga più micidiali.
Nei primi anni Ottanta, gli scavi effettuati da Peter Beaumont del McGregor Museum di Kimberly (Sudafrica) nel sito sudafricano di Kathu Pan 1 portavano alla luce esemplari di punte in pietra. Trent'anni dopo, utilizzando sofisticati metodi di datazione, Michael Chazan (Università di Toronto) riusciva a stabilire che i reperti risalivano a 500 mila anni fa. Inevitabile la necessità di verificare se quei manufatti fossero generici utensili o punte realizzate appositamente per una lancia.
In uno studio, pubblicato su Science nei giorni scorsi, Jayne Wilkins (Università di Toronto), lo stesso Chazan e altri due ricercatori valutano con estrema attenzione la morfologia e la tecnica costruttiva di quelle punte di selce. Tali accurate analisi li portano a concludere che le punte in pietra di Kathu Pan 1 sono state proprio realizzate per essere collocate su una lancia. Questo comporta, dunque, che gli antichi umani erano in grado di costruire simili strumenti di caccia già nel periodo solitamente assegnato all'Homo heidelbergensis, l'ultimo antenato comune tra i Neanderthal e gli uomini moderni.
Arizona State University
Le prime punte di lancia
Primary tabs
prossimo articolo
Clima, ambiente e conflitti: implicazioni etiche per la medicina e la garanzia della cura

Cambiamento climatico, degrado ambientale e aumento delle disuguaglianze sono minacce per la salute pubblica in Europa. In parallelo, il deterioramento del contesto geopolitico e l’aumento della spesa militare rischiano di sottrarre risorse alla prevenzione sanitaria, alla mitigazione climatica e al rafforzamento dei sistemi sanitari. I dati epidemiologici indicano che i rischi ambientali sono responsabili in Europa di più di 200.000 morti premature ogni anno, mentre i rischi climatici aumentano in frequenza e intensità. Allo stesso tempo, i conflitti armati e la crescente militarizzazione delle politiche di sicurezza sollevano interrogativi sulle priorità di investimento pubblico. Come possiamo integrare la salute umana nelle strategie di sicurezza europea? Una proposta è adottare un paradigma di sicurezza fondato su salute umana, stabilità degli ecosistemi e cooperazione internazionale. Integrare la salute nelle politiche energetiche, industriali e di sicurezza, insieme alla promozione della sostenibilità dei sistemi sanitari, può contribuire a costruire un modello di governance europea più resiliente ed equo. In questo contesto, la professione medica è chiamata a svolgere un ruolo etico e civico nel promuovere politiche orientate alla tutela e al diritto alla salute e alla garanzia della cura.
Immagine di copertina generata con ChatGPT
Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione. Tradizionalmente associata alla difesa militare degli Stati e alla protezione dei confini nazionali, oggi la sicurezza include dimensioni economiche, energetiche, ambientali e sanitarie.