Nei periodi in cui i primi uomini uscirono dall'Africa, il Sahara non era la barriera insormontabile che appare oggi. Isla Castañeda, dell'Istituto oceanografico reale olandese (NIOZ), ha studiato gli idrocarburi prodotti dalla decomposizione di piante terrestri portati dalla polvere del Sahara e depositati sul fondo dell'oceano al largo delle coste dell'Africa occidentale negli ultimi 192.000 anni. Mentre oggi solo il 40 per cento del materiale deriva da piante dipendenti dalla presenza di acqua, la percentuale sale al 60 per cento in due periodi distinti, da 120.000 a 110.000 anni fa e da 50.000 a 45.000 anni fa, fasi in cui quindi probabilmente l'ambiente era più umido. Quanto basta almeno perché l'Homo sapiens riuscisse a migrare a nord. I primi fossili di umani moderni al di fuori dell'Africa risalgono infatti a 93.000 anni fa e sono stati trovati in Israele; ma non ci fu una grande diffusione fuori dal continente nero prima di 50.000 anni fa, proprio all'epoca del secondo periodo umido, che probabilmente riaprì le porte del Sahara.
La traversata del verde Sahara
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La salute pubblica comincia dalle piante: la lezione della Xylella

La vicenda della Xylella in Puglia è stata raccontata soprattutto come un disastro agricolo. Lo è stata: ha colpito milioni di ulivi, compromesso aziende, frantoi, paesaggi ed economie locali. Ma limitarsi a questa lettura rischia di farci perdere la lezione più importante. La Xylella è stata anche una crisi ambientale, sociale e sanitaria. Una crisi One Health, nel senso più concreto del termine.
Foto di Daniele Urso
Quando nel 2013, nelle campagne del Salento, gli ulivi cominciarono a seccare in modo anomalo, il fenomeno apparve subito inquietante. Le foglie ingiallivano, i rami si disseccavano, intere chiome sembravano prosciugarsi. In un territorio in cui l’ulivo non è soltanto una coltura, ma identità, paesaggio e memoria familiare, la malattia delle piante fu percepita fin dall’inizio come una ferita collettiva.