fbpx Intrappolati nell'ambra | Page 13 | Scienza in rete

Intrappolati nell'ambra

Primary tabs

Read time: 2 mins

Un team internazionale ha individuato tre esemplari di invertebrati perfettamente conservati nell'ambra e risalenti a 230 milioni di anni fa. Si tratta dunque di esemplari almeno 100 milioni di anni più antichi di quelli trovati finora.

Non è certo una trovata degli sceneggiatori di Hollywood e neppure un evento così raro scoprire artropodi vecchi di milioni di anni conservati nell'ambra. Un tempo quell'ambra era la resina appiccicaticcia di alberi, generalmente conifere, che colava lungo il tronco e finiva con l'intrappolare i malcapitati insetti che incontrava sul suo cammino. Una volta fossilizzate e trasformatesi in ambra, quelle minuscole gocce di resina hanno conservato fino ai nostri giorni il loro contenuto.

Nella loro caccia a questi preziosi fossili, Eugenio Ragazzi e Guido Roghi, ricercatori dell'Università di Padova, hanno scoperto dalle parti di Cortina d'Ampezzo una gran quantità di minuscole gocce d'ambra e le hanno affidate al team di Alexander Schmidt (Georg-August University, Gottingen) per individuare eventuali inclusioni. L'analisi ha permesso così di scoprire tre artropodi di 230 milioni di anni fa: una mosca (l'esemplare peggio conservato) e due perfetti esemplari di acari appartenenti a due specie sconosciute.

Nello studio, pubblicato su PNAS, si evidenzia non solo come i due acari, benché risalenti al Triassico, siano sorprendentemente simili a quelli attuali, ma anche la grande capacità di adattamento di questi artropodi. Infatti, mentre ai nostri giorni la stragrande maggioranza degli acari trae nutrimento dalle angiosperme (le piante che fanno fiori), nel Triassico tali piante ancora non esistevano e dunque gli acari dovevano per forza nutrirsi di conifere. Abitudine alimentare prontamente cambiata quando hanno fatto la loro comparsa le angiosperme.

American Museum of Natural History

Autori: 
Sezioni: 
Paleontologia

prossimo articolo

Abbiamo un grosso problema con gli incendi

incendio in montagna

Gli incendi che stanno devastando il Mediterraneo nell'estate 2026 confermano una tendenza ormai consolidata: il cambiamento climatico rende i roghi più probabili, intensi e difficili da controllare, aggravando gli effetti di una gestione del territorio spesso inadeguata e delle cause di origine umana. Oltre a distruggere ecosistemi e aumentare le emissioni di CO₂, il fumo degli incendi rappresenta una minaccia crescente per la salute, con impatti documentati sulla mortalità e su alcune malattie cardiovascolari, respiratorie e neurologiche. Prevenzione, gestione forestale e riduzione delle emissioni di gas serra restano le strategie chiave per contenere il rischio.

Foto di Mike Newbry su Unsplash

Dalla seconda metà di luglio 2026 l'Europa mediterranea è stretta in una morsa di incendi che stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Al 29 luglio 2026 si stimano quasi 435mila ettari di suolo bruciato da inizio anno, 1400 incendi contati, quasi 18 milioni di tonnellate di CO2 emesse (dati dell’European Forest Fire Information System).