fbpx Fukushima: radiazioni e dubbi in aumento | Page 8 | Scienza in rete

Fukushima: radiazioni e dubbi in aumento

Primary tabs

Read time: 2 mins

Non si ferma la fuga di radiazioni dalla centrale nucleare di Fukushima. Dal 22 agosto, infatti, il livello record di inquinamento radiattivo è aumentato di circa 18 volte (1800 millisievert all'ora a fronte del limite di 50 stabilito dalla legislazione giapponese per la tutela dei soli operatori delle centrali). Si tratta di una quantità incontrollabile, in grado di uccidere nel giro di quattro ore chiunque ne sia esposto. Dopo l'annuncio di un suo intervento più diretto, il governo giapponese ora mette sul tavolo le cifre, confermando un suo appoggio a TEPCO: circa 500 milioni di dollari per la bonifica, compresa una quota destinata alla costruzione di una barriera di ghiaccio in grado di arginare le perdite di acqua contaminata nell'oceano. Questa opera di emergenza consisterebbe, in sostanza, in una barriera per proteggere l'oceano dall'acqua radioattiva, un muro fatto di liquido refrigerante e suolo raffreddato collocato in profondità, in posizione strategica per fermare il flusso dell'acqua di scarico da terra verso mare. Il 'muro di ghiaccio' sarebbe comunque una soluzione temporanea, non totalmente sicura dal punto di vista tecnologico, per via del rischio di black out nella centrale.


Le intenzioni e il programma del governo non riescono tuttavia a convincere del tutto osservatori ed esperti, come segnala un dossier del NyTimes. Ken O. Buessele del Woods Hole Oceanografic Institution fa notare che la persistenza delle perdite rappresenta il principale ostacolo a un'operazione di bonifica, considerando che la contaminazione continuerà inevitabilmente fino a quando non si potrà fermere del tutto il flusso di acqua sotterranea (potrebbero essere necessari addirittura degli anni).
E, in generale, a essere messa in discussione è l'affidabilità di governo giapponese e TEPCO per le loro incerte competenze gestionali e tecniche.

Autori: 
Sezioni: 
Nucleare

prossimo articolo

Ricerca pubblica e lavoro precario: il nodo irrisolto del CNR

puzzle incompleto con simboli scientifici

Il precariato nella ricerca pubblica, particolarmente al CNR, mina la competitività scientifica italiana. Ed è un problema che persiste nonostante la mobilitazione di lavoratori e lavoratrici e le misure introdotte dalle leggi di bilancio 2024 e 2025. Il sistema di ricerca italiano, sottofinanziato e strutturalmente fragile, rischia di perdere il suo capitale umano, essenziale per garantire un futuro competitivo in Europa.

Immagine di copertina creata con ChatGPT

Negli ultimi mesi il precariato nella ricerca pubblica è tornato al centro del dibattito politico grazie alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Una mobilitazione che mette in luce la fragilità strutturale del sistema della ricerca italiana, cronicamente sottofinanziato e incapace di garantire percorsi di stabilizzazione adeguati a chi da anni ne sostiene il funzionamento quotidiano.