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Chi ha bisogno dell'arbitro?

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Chi ha bisogno dell’arbitro? Questa provocatoria domanda non giunge da un caotico studio televisivo dopo l’ennesima domenica di polemiche sugli errori arbitrali, ma da una rivista scientifica del gruppo NPG, Scientific Report.

Come si evince dal titolo originale della ricerca, Who needs a referee? How incorrect basketball actions are automatically detected by basketball players’ brain, l’oggetto di studio è il cervello, non le regole dello sport. A condurlo sono stati i ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca, insieme ai colleghi dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Cnr. Dal lavoro congiunto dei due gruppi è emerso che gli atleti che praticano uno sport a livello professionistico (nella fattispecie, il basket) sono in grado di riconoscere un fallo pochi istanti dopo che questo si è verificato. In teoria, quindi, non avrebbero difficoltà a fermare il gioco anche senza l’intervento di un direttore di gara. A rendere possibile tutto ciò sono i neuroni specchio, strutture cerebrali che consentono l’apprendimento di un movimento per imitazione dei gesti altrui. Grazie ad essi ognuno di noi impara una lunga serie di azioni “semplici” (afferrare gli oggetti, raccogliere le cose da terra, compiere il tragitto più breve per raggiungere un traguardo) senza che nessuno gliele abbia mai spiegate a parole. La vera novità introdotta dalla ricerca sta nell’aver scoperto che anche azioni “complesse” come i movimenti di uno sport (basket, calcio o ginnastica) possono essere guidate da un apprendimento indiretto. Come il bambino impara il significato delle espressioni facciali senza che nessuno gliele spieghi a una a una, allo stesso modo gli sportivi riescono a distinguere tra un gesto corretto e uno scorretto prima che giunga un fischio arbitrale a interrompere il gioco.

«Questi risultati rivelano l’importanza dell’apprendimento visivo nello sport – spiega Alberto Zani, ricercatore dell’Ibfm-Cnr – L’osservazione diretta di un gesto motorio appropriato è molto più efficace di una descrizione verbale della postura, della tempistica e delle altre componenti dell’azione».

Per dimostrare questa tesi sono stati coinvolti dieci giudici di gara di serie C di basket, che hanno selezionato un centinaio di immagini di comportamenti corretti e altrettante di comportamenti fallosi. Tutte queste scene sono state mostrate a una serie di giocatori professionisti e di appassionati privi di esperienza sul campo. Registrando le attività cerebrali dei vari soggetti con una tecnica di neuroimaging chiamata swLORETA (tomografia elettromagnetica a bassa risoluzione), è emerso che nei giocatori alcune aree del cervello si attivano 4 decimi di secondo dopo aver visto un fallo, mentre nei tifosi quelle stesse aree rimanengono inattive.

«Grazie a questa tecnica abbiamo identificato quali popolazioni di neuroni specchio rappresentano le norme che regolano le azioni complesse – spiega Alice Maria Proverbio, docente di psicobiologia e psicologia fisiologica all’Università Milano-Bicocca – Si tratta di un passo importante per capire in che modo il cervello interiorizzi e riesca a replicare attività complesse come i gesti sportivi o le abilità motorie più specializzate».

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