Può sembrare paradossale: gli autori di una ricerca italiana appena pubblicata su Developmental
Cell, dopo aver individuato i fattori che rendono anomala, fragile e irregolare la rete vascolare del tumore, non ipotizzano di incrementare questi difetti, ma anzi di correggerli. Un approccio apparentemente in contrasto con la filosofia ormai classica di tagliare i viveri al tumore con i farmaci che bloccano l’angiogenesi, cioè il fenomeno di formazioni di nuovi vasi con cui la massa neoplastica si alimenta e che sfrutta poi per mandare in circolo metastasi. «La fragilità e l’irregolarità di queste strutture favoriscono travasi ed emorragie, e quindi la diffusione delle cellule tumorali al di là della loro sede iniziale» spiega Elisabetta Dejana, responsabile del programma di ricerca sull’angiogenesi dell’IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) e docente di patologia generale presso l’Università degli Studi di Milano. «Inoltre, ripristinando un normale flusso sanguigno può essere più facile anche far pervenire i farmaci all’interno del tumore» conclude la studiosa, che insieme con i suoi colleghi intende sperimentare la nuova strategia in primo luogo nei confronti del melanoma, ma anche del tumore della mammella e del pancreas.
Aggiustare i vasi al tumore?
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Morbillo, un ritorno annunciato: perché l’eradicazione si allontana

Dopo anni di progressi, il morbillo torna a circolare in vaste aree del mondo e diversi Paesi hanno perso lo stato di eliminazione certificato dall’OMS. È un segnale d’allarme che va oltre la singola malattia e porta a interrogarsi su programmi vaccinali, politiche sanitarie e cooperazione internazionale. E ci mostra che l’eradicazione non è solo una sfida biologica, ma soprattutto organizzativa, politica e culturale.
In copertina: virus del morbillo al microscopi oelettronico. Crediti: CDC/Wikimedia Commons. Licenza: pubblico dominio
Lo scorso 23 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che sei Paesi della regione europea hanno perso il loro stato “eliminazione del morbillo”: Armenia, Austria, Azerbaijan, Spagna, Regno Unito, e Uzbekistan. Il Canada lo aveva perso già lo scorso anno. La situazione negli Usa sarà valutata dall’OMS il prossimo aprile, ma tutti i segnali puntano alla perdita dello status anche per loro.