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Morbillo, un ritorno annunciato: perché l’eradicazione si allontana

virus del morbillo al microscopio elettronico

Dopo anni di progressi, il morbillo torna a circolare in vaste aree del mondo e diversi Paesi hanno perso lo stato di eliminazione certificato dall’OMS. È un segnale d’allarme che va oltre la singola malattia e porta a interrogarsi su programmi vaccinali, politiche sanitarie e cooperazione internazionale. E ci mostra che l’eradicazione non è solo una sfida biologica, ma soprattutto organizzativa, politica e culturale.

In copertina: virus del morbillo al microscopi oelettronico. Crediti: CDC/Wikimedia Commons. Licenza: pubblico dominio

Tempo di lettura: 10 mins

Lo scorso 23 gennaio l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che sei Paesi della regione europea hanno perso il loro stato “eliminazione del morbillo”: Armenia, Austria, Azerbaijan, Spagna, Regno Unito, e Uzbekistan. Il Canada lo aveva perso già lo scorso anno. La situazione negli Usa sarà valutata dall’OMS il prossimo aprile, ma tutti i segnali puntano alla perdita dello status anche per loro.

L'eliminazione del morbillo, propedeutica all'eradicazione globale della malattia, è definita come l’assenza di trasmissione endemica del virus del morbillo in un’area per almeno12 mesi. Per contro, lo stato di eliminazione si perde se c’è una trasmissione locale sostenuta per 12 mesi. Ma l’eradicazione è possibile? Quali fattori la rendono un obiettivo raggiungibile? 

Ci sono delle caratteristiche biologiche degli agenti patogeni che permettono di formulare progetti così ambiziosi: gli agenti devono essere geneticamente stabili (non si può fare con l’influenza), la trasmissione è esclusivamente interumana (non si può fare con le zoonosi), non esistono serbatoi ambientali o animali (idem), l’infezione lascia un’immunità permanente, non esiste lo stato di portatore cronico (non si può fare con alcune epatiti virali o la varicella), è disponibile almeno un vaccino efficace e sicuro. Queste condizioni sono decisamente necessarie se si intende progettare una campagna di eliminazione o eradicazione.

Spazzare via il vaiolo dalla faccia della Terra

Se tutta (o quasi) la popolazione è immune e l’agente patogeno infetta solo gli esseri umani, la sua estinzione è possibile. Il risultato è la scomparsa completa della malattia prevenibile per noi e per tutte le generazioni future. Il beneficio è talmente grande che più di una volta la sanità pubblica ha tentato di metterlo in pratica e una volta, con il vaiolo, ci è riuscita completamente. Ci è riuscita anche una seconda volta con una malattia di interesse veterinario, la peste bovina, che nel 2001 la FAO, l’agenzia Onu per l’agricoltura e l’alimentazione, ha riconosciuto come estinta, dopo un programma mondiale lanciato ufficialmente nel 1994. 

Vale la pena di ripercorrere la storia per valutare gli elementi essenziali dei successi e degli insuccessi.

Il vaiolo è stato un vero flagello per l’umanità ed è stato responsabile della caduta degli imperi Inca e Aztechi, falcidiati in gran parte dopo l’introduzione dell’infezione con i primi conquistadores. In Europa nel XVIII secolo ogni anno si stima che morissero 400.000 persone con ondate epidemiche ogni 4-7 anni. 
Nel 1966 l’Organizzazione Mondiale della Sanità lanciò la campagna di eradicazione del vaiolo e nel 1980 il vaiolo fu dichiarato estinto dalla faccia della terra. In Italia, la vaccinazione, un tempo obbligatoria, venne sospesa nel 1977 e ufficialmente abrogata nel 1981. Dopo secoli, una temibile malattia era stata cancellata, con un lavoro enorme che non ha lasciato tregua alla sua diffusione.

Target successivo: il virus della polio

Dopo il successo contro il vaiolo, è stata la volta della poliomielite, individuata nel 1988 come l’obiettivo di ulteriori sforzi di eradicazione. Si costituì la Global Polio Eradication Initiative (GPE) con OMS, Unicef, Rotary, Fondazione Gates e CDC statunitensi. Per la polio, il raggiungimento dell’obiettivo è complicato dalla presenza di portatori asintomatici, da rintracciare attraverso controlli ambientali. Dopo l’introduzione del vaccino ucciso di tipo Salk, il numero dei casi di poliomielite nel mondo era diminuito considerevolmente, ma è stato il passaggio al vaccino a virus vivi attenuati di tipo Sabin negli anni ‘60 a portare al completo azzeramento dei casi in molti Paesi.  Nel 1994 il continente americano è stato dichiarato libero da polio. Nel 2001 l’Europa è stata dichiarata libera da polio. Nel 2014 la Regione Oms del Sud-Est Asiatico è stata certificata libera dalla polio. Oggi il numero di casi di polio paralitica dovuto a uno dei tre virus cosiddetti “selvaggi” è diminuito del 99%.

L’utilizzo di virus attenuati per la vaccinazione ha però comportato, in popolazioni non bene immunizzate, la possibilità di casi di polio dovuti a virus vaccinali, che, a causa di mutazioni, recuperano la loro neurovirulenza e possono contagiare le persone non immunizzate che vengono in contatto con un vaccinato. La frequenza stimata è di un caso ogni 2-3 milioni di dosi somministrate. In assenza di circolazione di virus selvaggi, l’eradicazione deve quindi avere come obiettivo anche la scomparsa di virus di origine vaccinale, per cui per gli ultimi passi dell’attività si ricorre ai vaccini uccisi di tipo Salk. Attualmente il successo è parziale perché dei tre virus selvaggi che causano la poliomielite due sono stati dichiarati estinti, ma il virus WP1 causa ancora qualche decina di casi in due Paesi: Pakistan e Afganistan, mentre i virus vaccinali causano una media di 500 casi ogni anno in diversi Paesi dell’Asia e dell’Africa. L’estinzione di due virus polio ha portato alla produzione di vaccini monocomponenti, quindi di più facile produzione, ma la completa eradicazione sarà raggiunta solo con vaccini di tipo Salk.

Rispetto ai tempi dell’eradicazione del vaiolo, l’eliminazione planetaria della polio è molto più difficile, soprattutto a causa dell’impatto delle guerre in diverse zone del mondo.

E ora, il morbillo?

Il morbillo è un’infezione che risponde ai criteri biologici necessari all’eradicazione. In epoca pre-vaccinale quasi il 100% delle persone aveva contratto l’infezione prima dell’adolescenza e circa 2 milioni di persone ne morivano ogni anno. Nel 1974 l’OMS raccomandò l’introduzione sistematica della vaccinazione contro il morbillo nel Programma esteso di vaccinazione e tra il 1980 e il 2000 il numero di casi è diminuito dell’8% in media ogni anno. Tra il 2000 e il 2018 l’incidenza è passata da 145 a 49 casi per milione di abitanti. L’intero continente americano aveva dichiarato l’eliminazione del morbillo nel 1998. In Europa, a metà degli anni’90, la Finlandia ha dimostrato la fattibilità dell’eliminazione di morbillo, rosolia e parotite epidemica. Con adeguate e costanti campagne di vaccinazione e sorveglianza epidemiologica e virologica l’obiettivo di eradicazione del morbillo sembrava possibile in un arco ragionevole di tempo.

Rispetto alla poliomielite, il morbillo è un’infezione molto più contagiosa, con un valore di R0 (tasso di riproduzione) in epoca pre-vaccinale di circa 18, per cui la soglia epidemica è bassa e la proporzione di immunizzati da raggiungere è molto alta, intorno al 95%. Inoltre, è in grado di raggiungere facilmente sacche di suscettibili che si accumulano nel tempo, alimentate da quello sparuto 5% di non immunizzati lasciati da ogni campagna. Tagliare tutte le vie di trasmissione del morbillo, quindi, prevede campagne di vaccinazione con due dosi a tutti i nuovi nati e periodiche campagne di recupero per i non vaccinati o i non rispondenti. I progressi ci sono stati, ma negli ultimi anni il morbillo ha trovato spazio per una recrudescenza, attribuita soprattutto al calo delle vaccinazioni durante la recente di pandemia di Covid-19, alla crescente diffidenza nei confronti delle vaccinazioni e della sanità pubblica, alimentata anche da posizioni politiche che poco hanno a che fare con motivazioni scientifiche. 

Nel 2023 si stima che nel mondo si siano registrati circa 10 milioni di casi. Nel 2024 almeno 59 Paesi nel mondo hanno notificato estese epidemie di morbillo e solo 81 Paesi (41%) (tre in più rispetto all’epoca pre-pandemica) avevano eliminato il morbillo. Come abbiamo visto nel 2025 il Canada (e quindi il continente americano) ha perso lo stato di eliminazione del morbillo e, in parallelo, il totale dei Paesi che hanno eliminato il morbillo è salito a 96.

E l’Italia?

L’Italia, dopo una disastrosa epidemia con decine di migliaia di casi, aveva aderito agli sforzi di eliminazione del morbillo e dal 2003 aveva formulato un piano formale, condiviso con le Regioni e le Provincie Autonome, reiterato e aggiornato nel 2011, che fissava per il 2015 l’eliminazione del morbillo endemico. Nel marzo 2014 viene istituita anche una Commissione nazionale di verifica dell’eliminazione del morbillo e della rosolia con il compito di verifica e documentazione delle evidenze relative all’eliminazione delle due patologie, definizione e revisione del piano d’azione, raccolta e analisi dei dati e le informazioni necessarie ad attestare i progressi verso l’eliminazione.

In Italia l’incidenza di morbillo ha registrato gli ultimi anni epidemici nel periodo 2017-2019 e poi la frequenza di casi è andata diminuendo nel tempo raggiungendo un minimo storico nel periodo 2020-2023, come effetto dell’introduzione delle misure di controllo delle malattie a trasmissione respiratoria durante la pandemia di Covid-19. Tuttavia nel frattempo la proporzione di bambini vaccinati ogni anno è diminuita, scesa sotto il fatidico 95%, con ampie zone di coperture subottimali e assenza di campagne di recupero dei non vaccinati. Un nuovo piano era allo studio nel 2019, ma con la pandemia non ha visto mai la luce e a tutt’oggi non se ne ha notizia, come pure non sono pubblici i resoconti della Commissione per l’eliminazione.

L’effetto più macroscopico della diminuita copertura vaccinale e della mancanza di specifiche azioni in campo è l’età dei casi registrati in Italia. In epoca prevaccinale l’età media a cui ci si ammalava di morbillo era 5 anni, mentre oggi è 30 anni: giovani adulti rimasti suscettibili perché non vaccinati, a rischio di complicanze come encefaliti e polmoniti e in grado di contagiare anche i nuovi nati, troppo piccoli per essere vaccinati. Nel 2024-25 sono stati notificati al sistema di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità 1.574 casi (1.045 nel 2024, e 529 nel 2025), di cui più del 90% confermati in laboratorio. L’età mediana dei casi segnalati era pari a 30-31 anni e circa un quarto dei casi aveva più di 40 anni di età. Sono stati segnalati 76 casi (50 nel 2024 e 26 nel 2025) in bambini con meno di un anno di età (126,9 casi per milione). Una proporzione pari al 98% dei casi non era mai stata vaccinata o aveva ricevuto una sola dose. Per circa il 70% dei casi è stato segnalato un ricovero ospedaliero (50%) o una visita in Pronto Soccorso (20%). Circa un terzo dei casi ha riportato almeno una complicanza, soprattutto epatite e polmonite. 

Degno di nota è il numero di operatori sanitari tra i casi registrati: 78 nel 2024 (58 mai vaccinati) e 53 nel 2025 (39 mai vaccinati). Davvero preoccupante che in Italia si possa lavorare a contatto con persone che hanno bisogno di assistenza sanitaria, senza essere stati immunizzati contro malattie altamente contagiose e facilmente prevenibili, giocando il ruolo dell’untore o della vittima.
Anche la convenienza economica dell’eliminazione del morbillo era stata studiata nel nostro Paese al tempo del lancio del primo piano. I soli costi diretti totali per morbillo in Italia nel periodo 2002-2003 erano stimati tra i 17 e i 22 milioni di euro.

Buoni propositi alla deriva

Uno studio recente ha stimato che in Italia nel 2025 il 9,2% della popolazione è rimasto suscettibile al morbillo, con un’ampia eterogeneità tra le diverse regioni e soltanto l’88% della popolazione sotto i 20 anni di età è immune. Esistono anche ampi gap di immunità tra gli adulti nati negli anni ’90 e ’80. Queste stime indicano per il 2025 un tasso di riproduzione R superiore alla soglia epidemica, simile a quello calcolato per gli anni epidemici 2013 e 2019 e, in assenza di contromisure, è indicativo di futura ampia circolazione virale.

La situazione in Italia di deriva dei buoni propositi enunciati nei vari e vecchi piani nazionali non è unica, ma in questa situazione il detto “mal comune, mezzo gaudio” non funziona proprio, anzi, la circolazione di virus in molte zone del mondo espone le persone suscettibili a maggiori rischi. A causa della sua elevata contagiosità, il morbillo può essere paragonato al canarino che i minatori si portavano nelle gallerie per rilevare tempestivamente eventuali gas mortali. L’Oms ha affermato: «il morbillo è spesso la prima malattia che si presenta quando le coperture vaccinali scendono, […] e il crescente numero di focolai epidemici evidenzia le debolezze dei programmi di vaccinazione e più in generale dei sistemi sanitari». 

Infatti se le coperture vaccinali sono diminuite per il morbillo, lo sono state anche per tutte le altre malattie prevenibili con la vaccinazione e nel mondo stanno aumentando le sacche di persone suscettibili a poliomielite e altre malattie altrimenti controllabili. La presenza di conflitti armati e le relative crisi umanitarie e sanitarie, la continua propaganda di scelte politiche unilaterali di singoli Paesi (pochi giorni fa gli Usa hanno abbandonato ufficialmente l’Oms, dopo avere interrotto la partecipazione e il sostegno ai piani internazionali), l’alimentata diffidenza verso le offerte della sanità pubblica, stanno creando le condizioni per un ritorno non solo del morbillo, ma anche di molte temibili malattie.

L’esitazione vaccinale viene spesso citata come uno degli ostacoli al raggiungimento di coperture vaccinali ottimali. Uno studio recente condotto in Italia indica che in realtà le mancate o indecise adesioni all’offerta di vaccinazione non siano dovute al timore di effetti indesiderati, quanto al mancato riconoscimento dell’importanza della vaccinazione e dei benefici perseguibili. La vaccinazione non viene percepita come un’occasione per proteggere la salute anche per il mancato sostegno alla vaccinazione da parte di figure chiave, tra cui gli stessi operatori sanitari. I casi di morbillo tra gli operatori sanitari non vaccinati ne sono la conferma lampante.

Quando nel 1979 l’OMS annunciò ufficialmente l’eradicazione completa del vaiolo il direttore generale dell’epoca, Halfdan Mahler definì l’eradicazione come «un trionfo dell’organizzazione e della gestione sanitaria, non della medicina». Le caratteristiche biologiche degli agenti patogeni che sono fattori necessari alla riuscita di un programma di eradicazione da soli non sono sufficienti.  L’elemento che fa la differenza è l’impegno politico e organizzativo, mantenuto nel tempo, guidato dalla consapevolezza del grandissimo vantaggio perseguibile. Il fallimento del programma di eradicazione o il suo mantenimento per un tempo indefinito non è attribuibile a un evento al di fuori della nostra portata da utilizzare come una giustificazione, ma è dovuto esclusivamente a fattori umani modificabili. Definire un obiettivo condiviso e mettere in campo strategie e azioni per conseguirlo dipende solo da noi e non farlo ci costa sicuramente più dell’alternativa. 


 


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