Capita spesso di leggere articoli o di incontrare persone che sostengono che i cibi naturali sono preferibili, anzi sono gli unici che rispettano la salute e l'ambiente. Non voglio qui ricapitolare o riaffrontare il dibattito più che bimillenario su cosa sia naturale (e quindi su cosa riteniamo sia la natura) ma preferisco in questo contesto limitarmi alla definizione che va per la maggiore e cioè che è naturale quello che avviene spontaneamente, senza l'intervento umano. Se prendiamo per buona questa definizione, allora occorre affermare con forza che le piante coltivate non sono naturali.
Come si arriva a questa conclusione? Ci si arriva semplicemente ripercorrendo il cammino dell'uomo a partire dal momento in cui ha cominciato a fare l'agricoltore, cosa che è avvenuta per la prima volta circa 10.000 anni fa nella zona della mezzaluna fertile.
Questo percorso è il filo rosso che tiene insieme la mostra "Naturale, artificiale, coltivato. L'antico dialogo dell'uomo con la natura". Scopo della mostra è di aiutare a recuperare alcuni semplici fatti che caratterizzano la storia dell'agricoltura, la nascita delle piante coltivate e il rapporto dell'uomo con la natura. Il visitatore impara il concetto di domesticazione (il rendere piante ed animali adatti a vivere con l'uomo e per l'uomo) e il fatto che essa comporta la modifica di alcuni geni cruciali. Le piante coltivate, a differenza dei loro progenitori selvatici, non riescono a riprodursi facilmente e quindi dipendono dall'uomo per sopravvivere (propagarsi e diffondersi). L'opera di selezione dell'uomo se da una parte ha reso più difficile la riproduzione, dall'altra ha decretato il successo mondiale di alcune specie un tempo confinate in areali piccoli, come la soia, il mais, il riso o il pomodoro.
Lungo la storia dell'agricoltura ci sono stati molti "salti quantici" come l'invenzione dell'aratro, la scoperta della fertilizzazione, la lotta alle avversità e il processamento dei prodotti primari in cibi e materie prime. La mostra dettaglia il ruolo della pratica e dell'indagine scientifica, soprattutto nei tempi più recenti, che hanno permesso di aumentare la produttività e di migliorare spesso la qualità.
Questa mostra, che fino a 100 anni fa molti avrebbero bollato come ovvia e quindi inutile perchè molti conoscevano ancora i semplici fatti in essa raccontati, si è rivelata oggi non scontata e quindi importante per far capire il lungo percorso costellato di tentativi, errori, sofferenze e di persone dedicate per raggiungere risultati un tempo impensabili. Il percorso della mostra non trascura gli interrogativi etici e le domande di sostenibilità e adeguatezza del sistema agricolo, ma le inserisce nel contesto di questa storia. La mostra è affiancata da un agile catalogo che raccoglie testi, immagini e qualche approfondimento.
La mostra è stata presentata in anteprima al Meeting di Rimini nell'estate 2013, con un ricco e suggestivo allestimento, ed è stata già esposta a Bergamo Scienza. E' ora disponibile per essere esposta in scuole o in occasioni di festival o incontri.
L'antico dialogo dell'uomo con la natura
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Ne "Il mondo senza inverno" di Bruno Arpaia (Guanda, 2026) tecnologia e controllo sociale si intrecciano a un clima ormai fuori controllo. Il futuro segnato dalla crisi climatica, siccità, migrazioni e disuguaglianze sociali trasformano radicalmente la vita quotidiana. Nonostante il tono cupo, il libro lascia anche spazio alla speranza e alla volontà di reagire. Un ottimo esempio di comunicazione della scienza che funziona (o almeno speriamo).
Foto di Patrik Houštecký da Pixabay
Leggere Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia (Guanda editore, 240 pagine, 18€) è come leggere i rapporti del World Economic Forum, ma capendoli. I rapporti dell’IPCC, dei maggiori istituti di ricerca mondiali e qualsiasi altro documento scientifico, infatti, sono solo un elenco noioso di numeri e dati. Imprescindibili per capire il mondo, e sono forse quelli più importanti che potremmo mai avere a disposizione.