Oh, Shangai!

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Ha ragione Sergio Ferrari quando dice che la Rivoluzione verde stenta a decollare. Da noi, si intende, perché in Cina, segnatamente a Shangai, ormai è tutto “green”. La città, beninteso, è una giungla d'asfalto, con autostrade multipiano dove sfrecciano Mercedes, Audi e Wolkswagen (niente Fiat però).Ha ragione Sergio Ferrari quando dice che la Rivoluzione verde stenta a decollare (leggi articolo). Da noi, si intende, perché in Cina, segnatamente a Shangai, ormai è tutto “green”. La città, beninteso, è una giungla d'asfalto, con autostrade multipiano dove sfrecciano Mercedes, Audi e Wolkswagen (niente Fiat però). Ma accanto al sogno dell'American way of Life convive l'aspirazione, non si sa quanto fondata, di raggiungere il benessere senza distruggere il Pianeta, con una nuova economia in grado di disaccoppiare produzione e impatto ambientale.

Ingenuamente, visitando l'Expo di Shangai con altri giornalisti invitati in Cina dal British Council per un meeting sul cambiamento climatico, mi sono un po' vergognato del padiglione italiano. I colleghi inglesi, tedeschi e cinesi erano in realtà divertiti nel vedere rifulgere la Ferrari testa rossa, la Vespa, la 500, vestiti di Versace, scarpe di Ferragamo, alcune centinaia di bottiglie di vino, ogni sorta di pasta e, al piano superiore, una frettolosa carrellata di immagini di beni culturali. E due ristoranti.

L'Italia diverte e trasmette al mondo questa idea di piacevolezza e buon vivere, certo non quella della ricerca e dell'innovazione. La volge in positivo il sociologo Aldo Bonomi che nella  rubrica “Microcosmi” del Sole24ore di domenica 26 settembre 2010 fa mostra di approvare la scelta del padiglione italiano, perché in fondo fa da volano al made in Italy in Cina, confermando che da noi i cinesi si possono aspettare design, raffinatezza e buon vivere.

In effetti, a dispetto della mia costernazione, file chilometriche di cinesi si assiepavano all'ingresso del nostro padiglione, mentre quello raffinatissimo del Regno Unito – una scelta di semi dal Seed Millennium Bank dei Kew Gardens in un edificio-riccio con aculei di plexiglass lunghi 7 metri – restava pressoché deserto. O meglio: nel primo scalpitava il popolino, nel secondo si succedevano cocktail party con i maggiorenti della città.

L'impressione della distanza fra Italia e Cina – almeno sotto l'aspetto dell'economia della conoscenza e della Green Economy - si è confermata visitando i padiglioni cinesi. Il tema di questa edizione dell'Expo “better city, better life” è stato interpretato raccontando i numerosissimi progetti (spesso anglo-cinesi) che riguardano l'eco-efficienza, il risparmio energetico, le rinnovabili e più in generale la città del futuro, rigorosamente zero-carbon. Il progetto londinese BedZed è l'esempio più noto del Zero Carbon Development, per il quale sono stati utilizzati materiali riciclati e provenienti da un massimo di 60 chilometri di distanza, l'energia proviene da pannelli solari, l'aria viene fatta ricircolare con appositi “camini” e l'acqua piovana e depurata viene usata per irrigare le piante. Emulo di BedZed, ma più in grande, è il Solar Valley, una nuova città cinese – mezzo residenza e mezzo centro dimostrativo di nuove tecnologie pulite – che va letteralmente e solare ed eolico, con tecnologie costruttive degne delle esperienze nordeuropee.

La scelta di dedicare un Expo alla rigenerazione urbana non poteva essere più azzeccata. La scintillante megalopoli cinese è in realtà un gigante dai piedi di argilla: una conurbazione di 16 milioni di abitanti addossata al delta dello Yangtze potrebbe avere più di qualche guaio se il livello del mare – come previsto – dovesse alzarsi da qui a fine secolo anche solo di mezzo metro. Forse è per questo che la capitale economica della Cina si preoccupa più di tante città occidentali di cambiamento climatico, ecologia e sostenibilità.

Ma c'è dell'altro. Per esempio il fatto che la Cina aumenti l'investimento in R&D del 25% l'anno, e che laurei ogni anno 300mila ingegneri. “La Cina oggi è anche una immensa tecnostruttura industrialista che che sta impostando la sua transizione al nuovo ciclo del futuro, quella green economy della manutenzione delle megalopoli, della mobilità sostenibile, che costituisce la nuova frontiera terziaria, oltre che manifatturiera, nella quale il nostro capitalismo di nicchia può inserirsi” scrive Bonomi. “Mettendo a valore nella modernità il nostro piccolo vantaggio competitivo che ci deriva dalla storia”.

Se è così, dobbiamo darci da fare, perché i segnali non sono buoni. L'ultimo, in ordine di tempo, è l'Indice della competitività europea stilato dal Joint Research Centre della Commissione europea, in cui l'Italia risulta sedicesima su 27 paesi. Con l'amara sorpresa che anche una regione traino dello sviluppo italiano come la Lombardia figura 95esima su 268 regioni europee.

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