Nel nostro Paese, ma non solo, la storia della scienza
non ha il posto che merita nell’educazione scolastica e nella formazione universitaria ma quella
della tecnologia e dell’industria è ancora più sacrificata.
Per fortuna c’è
qualche eccezione, complice l’attualità. Nel corso del 2013 non sono mancate
manifestazioni, anche di livello eccellente, per rinfrescare le proprie conoscenze
storiche sull’attribuzione del Premio Nobel per la Chimica a Giulio Natta (Porto
Maurizio, 1903 – Bergamo, 1979) e a Karl
Ziegler (Helsa, 1898 - Mülheim, 1973).
Riassumendo la
motivazione del premio, si può dire che lo meritarono “per le loro scoperte nel
campo della chimica e tecnologia degli alti polimeri”. Si è parlato di nuovo e a lungo del Moplen , marchio registrato del
polipropilene isotattico, il celebre “alto polimero” di Natta prodotto dalla Montecatini.
Ma lo scienziato ligure non va citato solo
per il Moplen. Qui, ad esempio, si parlerà della gomma sintetica. Nel 1962, il Ministro della Pubblica
Istruzione Giacinto Bosco (1905 -1997) ne parlò come “una delle più belle
pagine della ricerca applicata in Italia, il cui merito va attribuito a quel
valoroso gruppo di scienziati e tecnici tra cui il Natta e il Grottanelli, che
lavoravano nell’Istituto di studi per la gomma sintetica presieduto dal
Giordani”.
La citazione si trova nel libro “La gomma artificiale – Giulio Natta
e i Laboratori Pirelli”, curato da Pietro
Redondi e pubblicato da Guerini e Associati (Milano, 2013). Il merito di questo lavoro è quello di
portare alla ribalta una vicenda rimasta un po’ oscurata dal successo del
Moplen, insieme al fatto che l’autarchia del periodo fascista fu, con i suoi
difetti, una buona palestra tecnologica per la scienza e l’industria
nazionale. E’ noto che il successo del
polipropilene fu dovuto anche alla
collaborazione con la Montecatini favorita dal dirigente Pier Candiano Giustiniani (1900-1988) ma bisogna ricordare che Natta mise in piedi a
Torino un Centro Studi per la Gomma Sintetica, trasferito poi a Milano con il
concorso della Pirelli, che ne gettò le basi culturali e professionali.
Tornando alla gomma, si ricorda che nella
seduta del 23 giugno 1937 il Consiglio dei Ministri approvò un decreto legge
inteso a favorire la fabbricazione industriale della gomma sintetica. Seguirono
varie iniziative imprenditoriali e, finalmente, il primo impianto pilota,
realizzato nella Pirelli di Milano-Bicocca cominciò a produrre gomma
butadienica polimerizzata al sodio nella seconda metà del 1938, successivamente
si passò alla polimerizzazione in emulsione.
Il processo italiano, che
coinvolgeva Natta, era diverso da quello tedesco e seguiva la strada indicata
dal russo Ivan Ivanovich Ostromyslenskij
(1880-1939). L’aldeide acetica, ossia l’intermedio per arrivare al butadiene,
veniva ottenuta dall’etanolo (alcol etilico), ricavato a sua volta dalle
barbabietole. I tedeschi, invece, la ottenevano dalla distillazione del carbon
fossile. Il prodotto sintetico tedesco era chiamato Buna, nome derivato da
butadiene e sodio (simbolo chimico Na). La mano d’opera costava poco, anzi
niente: la prendevano dai lager. Il libro riporta, tra l’altro, una lettera del
chimico-scrittore Primo Levi (1919-1987) datata novembre 1947 che racconta come funzionava il campo Buna-
Monowitz (Alta Slesia) nel quale fu internato. Ma questo è solo uno dei tanti documenti riprodotti nella
volume, presentato da Italo Pasquon, già assistente di Natta. Alla presentazione seguono tre saggi i cui
autori sono: Pietro Redondi, Marino Ruzzenenti e Giorgio Nebbia. Si tratta di
nomi noti non solo agli studiosi ma anche agli appassionati di divulgazione. I
relativi contributi s’intitolano: “Scienza in fabbrica”, “Le ricerche della
gomma sintetica nazionale” e “Lettura dei documenti”. Il gruppo di documenti raccolti nel libro è una
vero “giacimento” informativo che occupa quasi un centinaio di pagine e al
quale si aggiunge una serie di utili appendici.
Tra i documenti appaiono lettere, contratti, relazioni,
brevetti, note aziendali ed altro. Vi sono poi tre scritti (1942-1947) dello stesso
Natta: “Il problema della gomma in Italia”, “La gomma sintetica nel mondo” e
“Sul processo Distex per il frazionamento di miscele di idrocarburi”. Sono ripresi da “La Chimica e l’Industria”,
storico giornale dei chimici italiani. Come mette giustamente in rilievo
Redondi alla fine del suo saggio, la selezione di documenti e testi riuniti nel
libro si propone di fare rivivere la “continuità nel segno dell’incontro fra
scienza e industria”, una caratteristica dell’opera di Natta. Appare chiaro che
la sua partecipazione all’industria della gomma non si limitò al biennio
1937-38.
Analizzando le carte troviamo le minute dei due brevetti (6 luglio 1938) che
Natta, rivolgendosi a Venosta (Direttore dell’Istituto per la Gomma Sintetica),
suggeriva di chiedere subito in Italia: “Procedimento per la produzione di
butadiene” e “Procedimento per la separazione dei componenti di una miscela
aventi eguali o vicinissime temperature di ebollizione”. Il curatore ha fatto
bene a inserire nel libro questi e altri documenti di carattere tecnico perché,
al di là del racconto, permettono di rendersi conto degli adempimenti richiesti
per trasformare i frutti della ricerca in prodotti industriali.
La gomma dall’alcol, un successo autarchico
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Cosa si impara smontando un viadotto vecchio cinquant’anni

Il crollo del Ponte Morandi ha portato all'attenzione dei legislatori il problema della durabilità delle strutture in calcestruzzo armato. Una delle principali cause di degrado di questo materiale è la corrosione, che però finora non veniva considerata adeguatamente nella progettazione delle opere e nel pianificare la loro manutenzione. Esistono modelli computazionali che possono prevedere come il degrado dei materiali incide sulla tenuta strutturale dei ponti o dei viadotti ma finora non era stato possibile testarli a scala reale. Il progetto di ricerca BRIDGE|50 colma questa lacuna. Alcune delle travi di un viadotto che doveva essere demolito a Torino per fare posto a un collegamento ferroviario sono state smontate e portate in un sito sperimentale allestito allo scopo. I ricercatori ne hanno prima misurato il livello di degrado e poi le hanno sottoposte a prove di carico fino a rottura. Quello che hanno imparato potrebbe essere applicato ad altre strutture già esistenti e aiutare a pianificarne meglio la manutenzione.
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