Comunicazione, le responsabilità degli scienziati

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Pochi giorni fa una clamorosa sentenza ha scosso il nostro Paese ed ha rapidamente guadagnato la ribalta delle cronache internazionali sollevando sorpresa e profonde perplessità. Si tratta della condanna a sei anni di carcere dei componenti della Commissione Grandi Rischi (tra i maggiori esperti scientifici di sismologia in Italia) per avere espresso rassicurazione nei confronti delle popolazioni dell’Abruzzo prima del terremoto devastante di tre anni fa.

Quelle rassicurazioni avrebbero favorito comportamenti non adeguati ad affrontare il sisma distruttivo che dopo alcuni giorni si è tragicamente presentato.

Da sempre l’opinione pubblica è informata sulla impossibilità di prevedere i terremoti in base alle attuali conoscenze scientifiche. Un poco meno è consapevole che per ragioni analoghe la scienza non sa oggi prevedere l’assenza di un terremoto, ossia essere in grado di stabilire con certezza che un evento sismico di particolare rilevanza “non” avvenga. Queste due previsioni (ci sarà un terremoto/non ci sarà un terremoto) non sono tra loro necessariamente implicate: pur non essendo in grado di prevedere che un terremoto avvenga, si potrebbe essere invece in grado di prevedere che un terremoto non avvenga. Ma nella realtà scientifica attuale, non è possibile, con certezza, fare nessuna delle due previsioni (nè che un sisma ci sarà, nè che esso non ci sarà). Messa in questo modo sembrerebbe che questo tragico equivoco - una comunicazione superficiale e mediata da soggetti terzi di una informazione non immediatamente riscontrabile nella cultura diffusa - abbia rappresentato per i giudici un elemento sufficiente per la pesante condanna di cui sopra si diceva. Tanto più che la fonte di quella comunicazione rappresenta la Massima Autorità del Paese in ordine a questo tipo di conoscenze.

La riflessione critica va quindi spostata sul piano della comunicazione delle acquisizioni scientifiche e sul ruolo che gli scienziati possono/devono svolgere al servizio del Paese. Le intercettazioni pubblicate nelle ultime ore su vari siti web tra l’allora Capo della Protezione Civile, Bertolaso, e altri protagonisti istituzionali della vicenda, tra cui il coordinatore della Commissione Grandi Rischi, Boschi, indicano come sul piano della comunicazione della scienza possano trovarsi a confliggere scopi di natura e strumentalità molto diverse tra loro. Volendo esclusivamente prendere in considerazione scopi legittimi implicati nella vicenda, ma le intercettazioni sembrano portare alla luce un quadro ben più complesso, si potrebbe sostenere che l'obiettivo principale della Commissione Grandi Rischi sarebbe di fornire informazioni il più possibile coerenti con le reali previsioni che la scienza è in grado di fare sugli eventi sismici. La Protezione Civile, per conto suo, avrebbe l'obiettivo di mantenere il giusto equilibrio tra: assicurare la prontezza della popolazione nel rispondere agli eventuali allerta e i rischi di allarme non giustificato che coinvolgerebbero altri problemi di sicurezza della popolazione medesima.
La comunicazione risultante dovrebbe quindi tener conto di, almeno, questi due fattori.

In ogni caso gli scienziati, essendo consapevoli delle informazioni sostanziali in loro possesso hanno la responsabilità morale, nel caso in cui quelle informazioni venissero distorte, di dover fare tutto quanto è possibile per recuperare da quelle distorsioni. E' evidente che affinché questo possa avvenire i poteri degli organismi collaboranti (Commissione Grandi Rischi e Protezione Civile nel caso in oggetto) devono avere piena indipendenza e autonomia nel giudizio e avere modo di salvaguardare quel giudizio nell'uso che se ne fa anche, eventualmente, nei confronti della controparte istituzionale. Nel caso in oggetto, c'è da chiedersi se il fatto che la Protezione Civile fosse uno dei finanziatori istituzionali (circa un terzo del budget complessivo) dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di cui l'Ingegner Boschi era il Presidente, fosse un elemento di assoluta coerenza in questo rapporto.

Per evitare equivoci vorrei chiarire che, seppure da profano in giurisprudenza, ritengo la pena comminata un'enormità, e quel giudizio di responsabilità morale che esprimevo sopra mi pare infinitamente meno rilevante se rapportato alle altre e ben più gravi responsabilità di chi ha reso possibile lo sfacelo dell'Abruzzo speculando sui fattori costruttivi, dalla pianificazione fino all'inadeguatezza dei materiali utilizzati nelle edificazioni, e rendendo un terremoto con energia limitata un evento di distruzione e di morte. Ciononostante, la riflessione sulla resposabilità degli scienziati riguardo alla comunicazione delle conoscenze scientifiche è certamente un tema su cui riflettere e sarà tanto più significativo considerando gli impatti che scienza e tecnologia avranno crescentemente nel futuro. L'integrità della scienza e il ruolo degli scienziati si valorizza attraverso la loro immagine nella società; tanto più quell'immagine darà conto del reale beneficio che la scienza è in grado di produrre per la società, tanto più la società saprà attribuirle quella funzione fondamentale.

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Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

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