OCO-2 studierà il respiro della Terra

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L’avventura dell’Orbiting Carbon Observatory (OCO) avrebbe dovuto iniziare cinque anni fa, ma il 24 febbraio 2009 il satellite era andato distrutto in fase di lancio per il mancato distacco dal razzo vettore. Anche questa volta, comunque, non tutto è andato per il verso giusto. Inizialmente, infatti, il lancio era previsto per il 1° luglio, ma a 46 secondi dal via la procedura è stata bloccata. Il malfunzionamento di una valvola nel sistema idrico che ha il compito di attutire l’energia acustica in fase di lancio - complice una finestra di lancio di soltanto 30 secondi - ha fatto slittare la partenza al giorno successivo. Qualche minuto prima di mezzogiorno del 2 luglio (in California erano le 2:56), OCO-2 ha comunque iniziato la sua avventura staccandosi dallo Space Launch Complex 2 della Vandenberg Air Force Base.

Davvero notevoli le aspettative che i ricercatori ripongono in questa missione. Grazie alle accurate misurazioni del satellite, infatti, oltre a quantificare con precisione la distribuzione di anidride carbonica nella nostra atmosfera, si confida di riuscire a determinarne l’origine e comprendere dunque più in profondità il ciclo che caratterizza questo importante gas serra. L’obiettivo finale è riuscire finalmente a capire e valutare il ruolo delle attività umane nel cambiamento climatico per giungere a definire possibili strategie di mitigazione.
Percorrendo un’orbita polare a 705 km di quota, la sonda è in grado di effettuare anche 24 misurazioni al secondo, accumulando ogni giorno oltre un milione di rilevazioni. Di queste, a causa dell’inevitabile copertura nuvolosa, si stima che solamente 100 mila possano essere utilizzate per definire in modo sufficientemente affidabile le concentrazioni di anidride carbonica. Un cambio di passo notevole rispetto alle rilevazioni assicurate dagli attuali satelliti che, nel caso dell’osservatorio più efficiente, fornisce al massimo 500 rilevazioni affidabili giornaliere.
Per raccogliere questa mole impressionante di dati, OCO-2 - una sorta di cabina telefonica esagonale di 450 chili, larga un metro e alta circa due - studia la luce solare riflessa dall’anidride carbonica presente in atmosfera. La radiazione, raccolta da un piccolo telescopio di una decina di centimetri, viene analizzata da tre distinti spettrografi infrarossi. Perché le misurazioni infrarosse siano affidabili è indispensabile che venga accuratamente eliminata ogni fonte di calore estranea, obiettivo ottenuto attraverso la costante refrigerazione dei rilevatori. Nel caso di OCO-2 l’importante compito viene assolto da un sistema criogenico che mantiene le apparecchiature a una temperatura intorno ai 120 gradi sotto zero.

Costruito per la NASA dalla Orbital Sciences, OCO-2 va ad aggiungersi alla flotta di osservatori orbitanti dedicati allo studio atmosferico chiamata Afternoon Constellation o A-Train (il nome deriva dal fatto che questa flotta di satelliti incrocia l'Equatore nel primo pomeriggio). Prima che si accodasse OCO-2, il treno era composto da cinque satelliti, quattro della NASA (Aqua, CALIPSO, Aura e CloudSat) e uno dell'Agenzia Spaziale Giapponese JAXA (GCOM-W1). Della flottiglia faceva parte anche PARASOL, satellite francese del Centre National d’Etudes Spatiales, ma la missione si è conclusa definitivamente lo scorso 18 dicembre. In tutto i satelliti ospitano una quindicina di differenti strumenti, tutti dedicati allo studio del nostro pianeta, della sua superficie e dell'atmosfera che lo circonda.
L'interesse dei ricercatori per i problemi del nostro pianeta non si esaurisce comunque con le missioni di A-Train, sta anzi aumentando. Basti ricordare che lo scorso 27 febbraio è stato lanciato Global Precipitation Measurement (GPM), un satellite dedicato allo studio delle precipitazioni e alla miglior comprensione del ciclo dell'acqua mentre altre 3 missioni sono in attesa di spiccare il volo (SMAP, ISS-RapidScat e CATS).

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Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

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